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LAUDATE DOMINUM, OMNES GENTES.....LAUDATE EUM, OMNES POPULI
 
 
 
 
           
       

PREGHIERA DEL CORISTA di Mons. Frisina

O Padre, Creatore dell'universo, Tu hai posto in ogni cosa il segno del tuo infinito amore e hai donato alle creature l'impronta della tua bellezza. Rendimi autentico cantore del tuo amore, fa' che con il mio canto sappia esprimere un poco di quell'armonia sublime che Tu hai posto in tutte le cose e che muove il cielo e la terra in quell'accordo mirabile che tutto abbraccia. Fa' che il mio canto sia sempre a servizio della tua lode, che non mi vanti mai di questo dono, che offra il mio servizio alla Chiesa senza alcuna vanità e superbia, sapendo di assolvere un dovere d'amore verso Dio e i fratelli. Metti nel mio cuore il canto nuovo che sgorga dal cuore del Risorto, e fa' che, animato dal tuo Santo Spirito, possa lodarti e farti lodare per la tua unica gloria, vivendo nel servizio liturgico l'anticipo della liturgia celeste. Te lo chiedo per Cristo Salvatore nostro, causa e modello del nostro canto.


Ad una vendita all'asta, il banditore sollevò un violino. Era graffiato e scheggiato. Le corde pendevano allentate e il banditore pensava non valesse la pena perdere tanto tempo con il vecchio violino, ma lo sollevò con un sorriso. "Che offerta mi fate, signori?" gridò. "Partiamo da...100 mila lire!". "Centocinque!" disse una voce. Poi centodieci. "Centoquindici!" disse un altro. Poi centoventi. "Centoventi mila lire, uno; centoventi mila lire, due; centoventi mila...". Dal fondo della stanza un uomo dai capelli grigi avanzò e prese l'archetto. Con il fazzoletto spolverò il vecchio violino, tese le corde allentate, lo impugnò con energia e suonò una melodia pura e dolce come il canto degli angeli. Quando la musica cessò, il banditore, con una voce calma e bassa, disse: "Quanto mi offrite per il vecchio violino?". E lo sollevò insieme con l'archetto. "Un milione, e chi dice due milioni? Due milioni! E chi dice tre milioni? Tre milioni uno tre milioni, due; tre milioni e tre, aggiudicato", disse il banditore. La gente applaudi, ma alcuni chiesero: "Che cosa ha cambiato il valore del violino?". Pronta giunse la risposta: "Il tocco del Maestro".


Bruno Ferrero

 
1 giugno 2009

ANNIVERSARI

Haydn, 200 anni di grande musica sacra

Forse non sarà andato in gi­ro a suonare agli angoli del­le strade o nei mezzanini della metropolitana sperando in qualche centesimo gettato lì ge­nerosamente dai passanti. Non si sarà messo in coda insieme a migliaia di coetanei per un pro­vino tv come fanno oggi molti giovani che sognano un futuro nella musica. Di certo, però, per la musica Franz Joseph Haydn ha fatto di tutto. Anche la fame. «Nato ai bordi di periferia», sem­bra quasi di sentire una canzone degli anni Ottanta leggendo la vi­ta del musicista di cui oggi si ce­lebrano i 200 anni della morte. Nato a Rohrau, villaggio austria­co ai confini con l’Ungheria, in una famiglia con modeste pos­sibilità – il padre era carraio, la madre cuoca – il piccolo Franz Joseph mostra da subito un grande talento musicale tanto da convincere i suoi a mandar­lo a studiare presso un parente ad Hainburg. Ha solo sei anni e impara a suonare il clavicemba­lo e il violino, ma anche a gua­dagnarsi da vivere can­tando nel coro della chiesa.

Due anni e arri­va il colpo di fortuna. Georg von Rutter, diret­tore musicale del Duo­mo di Vienna, nota l’X Factor del piccolo Franz Joseph e lo porta nella capitale dove, però, le cose non vanno meglio che in periferia. Abbandonato il coro si inventa un modo per far frutta­re economicamente il suo ta­lento: suona a feste private, can­ta serenate, scrive minuetti, bra­ni che al tempo andavano per la maggiore e che oggi definirem­mo da hit parade. Basterebbe fermarsi qui – senza raccontare di come, assunto a tempo pieno come maestro di cappella dalla famiglia Esterhazy, una delle più potenti dell’impe­ro austriaco, poté affinare il pro­prio stile scrivendo musica quo­tidianamente o di come quan­do, ormai in pensione, andò in Inghilterra per confrontarsi con un altro modo di comporre – per dire come il compositore, nato nel 1732 e morto esattamente duecento anni fa, possa essere tranquillamente un coetaneo di tanti ragazzi di oggi.

Basterebbe questo per dire che forse, un po’ più di coraggio non avrebbe gua­stato in questo anniversario. Non che manchino concerti, marato­ne haydniane, convegni di stu­di, uscite discografiche ( la più imponente una Haydn editon con 150 cd a raccogliere l’opera omnia del musicista), intendia­moci, ma l’impressione è che non si sia voluto rischiare trop­po. Forse perché anche la musi­ca deve fare i conti con le mode tanto che anche gli anniversari importanti sono più o meno ce­lebrati a seconda se le quotazio­ni di questo o quel compositore risultino in rialzo (il Barocco ul­timamente va per la maggiore) o caratterizzate da un segno nega­tivo (certi grandi del Novecento – leggi Messiaen, nato nel 1908 – spesso faticano a sfondare). Emblematico il caso di questo 2009 nel quale si ricordano gli anniversari di Mendelssohn, Händel, Haydn e Purcell. Getto­natissimo Händel con opere in cartellone nei maggiori teatri e rarità che spuntano nelle rasse­gne concertistiche più prestigio­se. Meno fortunati Mendelssohn e soprattutto Haydn.

Eppure di materiale ce ne è in quantità: 104 sinfonie, un’ottantina di quar­tetti per archi, 62 sonate per pia­noforte, 14 opere, quattro orato­ri e centinaia di partiture di mu­sica da camera. Non solo perché, oltre ad aver 'inventato' il quar­tetto d’archi e ad aver contribui­to alla fortuna del genere sinfo­nia, Haydn è stato un raffinato autore di musica sacra: il suo ca­talogo conta 14 messe, pagine come Salve Regina, Stabat Ma­ter e Te Deum e quel capolavoro che sono Le ultime sette parole del nostro Redentore in croce, partitura nella quale Haydn rac­conta con intensità e partecipa­zione la scena del Calvario. Già, perché il musicista austriaco e­ra animato da una grande fede (che fa leggere sotto una luce ben precisa la sua vita e le sue scelte) tanto da siglare le sue composi­zioni con l’espressione Laus Deo. Una forza che gli consentì di af­frontare a testa alta gli ultimi an­ni della sua vita quando la ma-­lattia gli impedì di comporre mu­sica. E, narra la leggenda, le sue ultime parole furono per tran­quillizzare gli amici durante l’as­salto a Vienna delle truppe na­poleoniche.


Pierachille Dolfini
(www.avvenire.it)




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31 maggio 2009

CANTARE...PREGANDO

 

 

Intervista a mons. Marco Frisina

In questo articolo della nostra rubrica, ci troviamo a “colloquio” con il maestro Mons. Marco Frisina, direttore del Coro diocesano di Roma e dell’Ufficio Liturgico della stessa Diocesi, nonché noto compositore di Musica Liturgica, autore di colonne sonore, Maestro della Pontificia Cappella Musicale Lateranense e Rettore della Basilica di S. Maria in Montesanto, dove ha sede ogni domenica la Messa degli Artisti.
Abbiamo posto a don Marco qualche domanda in merito al ruolo del canto e della musica nella Liturgica.

Chi canta prega due volte” diceva sant’Agostino: in una scala da 1 a 10 qual è, secondo lei, il legame tra la musica e la preghiera?
Attraverso la preghiera, l’umanità si rivolge con fiducia e amore al suo Creatore. Ed è proprio l’amore che fa cantare il cuore degli uomini, ci serviamo della musica solo per esprimere i nostri sentimenti più veri e profondi. Il legame tra la musica e la preghiera è, quindi, molto stretto e consiste - a mio avviso - proprio in questo: nell’amore che, cantando o suonando, i fedeli intendono esprimere a Dio.

Qual è il ruolo della musica nella liturgia?
Quando parliamo di uso liturgico della musica o del suo ruolo nella liturgia, dobbiamo innanzitutto dire che l’evento musicale non può essere considerato fuori dal contesto celebrativo, come “ospitato” nella struttura della celebrazione, poiché la finalità che muove la musica nella liturgia è quella della lode di Dio e dell’edificazione spirituale, ed essa costituisce una delle espressioni più alte e sentite della fede della Chiesa.

La partecipazione dei fedeli alla liturgia è stato certamente uno dei grandi obiettivi del Concilio Vaticano II, la musica e il canto, come possono aiutare i fedeli alla piena partecipazione alla celebrazione eucaristica?
In questo proprio il Coro assume un ruolo fondamentale, in quanto funge da elemento di mediazione tra il Mistero celebrato e l’assemblea: deve innalzare l’assemblea verso il Mistero e tradurre il Mistero per l’assemblea. Il Concilio ci parla del Coro a servizio dell’assemblea, ossia di un Coro che deve far partecipare tutta l’assemblea. Ma va detto di più: non è sufficiente far cantare i fratelli ed animarli, bisogna farli pregare veramente. La difficoltà più grande non è tanto quella di far cantare, ma di far sì che il cuore di tutti i fedeli riesca a pregare con il canto e – per mezzo di esso – far loro scoprire o riscoprire la gioia della preghiera e vivere il momento della celebrazione eucaristica come il più importante nella vita personale e comunitaria del cristiano.

Quello dell’organista, dei coristi e dei direttori di coro può essere considerato un vero e proprio ministero: essi sono a servizio della Chiesa e di Cristo. Come formarsi all'esercizio di questo ministero?
Ormai da cinque anni, abbiamo istituito a Roma un corso triennale di formazione per animatori musicali della liturgia, ed ora stiamo pensando ad un corso analogo riservato agli organisti. La loro formazione può e dovrebbe avvenire proprio attraverso i corsi che – così come la Diocesi di Roma – molte Diocesi hanno istituito a questo fine.

Come far comprendere che il canto è parte essenziale della liturgia?
Per far comprendere a tutto il popolo di Dio il valore e l’importanza del canto nella liturgia, esso non deve essere ridotto a mero ascoltatore passivo, bensì essere coinvolto il più possibile non solo direttamente, prevedendo interventi propri dell’assemblea, ma anche indirettamente scegliendo brani sentiti: di autentica religiosità e profonda spiritualità, nonché di semplice eseguibilità, che siano cioè “alla portata” di tutti i fedeli.

La musica nella liturgia, costituisce spesso “un canto delle sirene”: attrae, seduce ed è spesso il collante che tiene insieme i ragazzi e i giovani delle parrocchie impegnandoli nell’animazione domenicale o nella realizzazione di recital o concerti. Roma conosce l’esperienza del coro diocesano da lei fondato. Com’è nata questa esperienza?
Il Coro diocesano di Roma, che festeggia quest’anno i suoi 25 anni, è nato con quei giovani che, intorno ai primi anni Ottanta, frequentavano gli incontri di preghiera presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Il Coro nacque per l’animazione delle più importanti liturgie diocesane e, nel corso degli anni, ha poi accolto centinaia di giovani e adulti mossi dal desiderio di compiere insieme un cammino culturale e spirituale ma, soprattutto, dal desiderio di amare e lodare Dio attraverso la musica e il canto.

Ringraziamo di vero cuore don Marco per la sua disponibilità e per le parole che ha rivolto agli animatori liturgici. Il canto e la musica possano essere elementi di lode e di contemplazione affinché permettano alla liturgia di poter meglio esplicare la sua finalità: essere “glorificazione di Dio e santificazione di fedeli”.

(www.netcrim.org)




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19 febbraio 2009

CANTARE...PREGANDO!

 

 

Il canto del Kyrie eleison

Continuiamo il nostro percorso verso l’approfondimento dei canti della Celebrazione Eucaristica, parlando in questo articolo del Kyrie eleison.

Il Kirie eleison si inserisce all’interno dei “Riti d’introduzione” che comprendono il Canto d’ingresso, l’Atto Penitenziale con il canto del Kyrie e il Gloria.
Come sappiamo, la prima parte della Celebrazione Eucaristica è ricca di canti e potremmo cadere in errore se pensiamo: abbiamo troppi canti che si susseguono, quindi o si canta il Signore pietà o il Gloria. Con questo non si vuol dire che esso sia secondario e quindi si può anche omettere se “si va di fretta”, il Kirie ha la sua importanza.

Essendo un canto col quale si implora la Misericordia di Dio, va cantato da tutti:
all’assemblea spetterà rispondere alle invocazioni con il Kirie e al coro o al solista sviluppare (se sono previste) le invocazioni. Ogni acclamazione viene ripetuta normalmente due volte; senza escluderne tuttavia un numero maggiore.

A livello strumentale, il Signore pietà deve essere eseguito tenendo conto del suo scopo.
È opportuno un accompagnamento dell’Organo discreto, che dia il giusto risalto alle parole cantate dal solista o dal coro e sostenga con decisione, il breve intervento dell’assemblea. Nessuno chiede perdono urlando... ma con voce sommessa, che sgorga da un cuore umile e penitente.

Ci sono diverse forme di esecuzione del Kirie eleison. Si può recitare il Confesso e poi cantare “Kyrie eleison - Christe eleison – Kyrie eleison.”. Oppure, secondo quanto propone il Messale, recitare o cantare due versetti “Pietà di noi Signore - Contro di te abbiamo peccato” e “Mostraci, Signore, la tua misericordia - e donaci la tua salvezza” seguito poi dal Kyrie. Oppure si possono utilizzare tre invocazioni (chiamate tropi) a cui fa seguito il Kyrie eleison dopo la prima e la terza e il Christe eleison dopo la seconda. Nel Messale vengono indicati diversi modelli di tropi in base al tempo liturgico e alla Liturgia della Parola. Infine nel periodo Quaresima e Pasquale è indicato anche una quarta forma: durante l’aspersione dell’assemblea, si canta un canto appropriato che rimanda al simbolo dell’acqua e al battesimo.

Qualche volta il Kyrie potrebbe essere utilizzato come canto d’ingresso della Messa: il solista o il coro, cantano le invocazioni e il popolo risponde con il Kyrie; tale esecuzione litanica, forma molto semplice e popolare di preghiera, servirebbe molto bene a creare un senso di comunità e preparare gli animi alla celebrazione.

(www.netcrim.org)




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27 gennaio 2009

CANTARE...PREGANDO!

 

 

Il canto d'ingresso


Con questo terzo articolo della nostra rubrica dedicata al canto e alla musica liturgica, inizieremo un percorso di approfondimento dei canti per la Celebrazione Eucaristica, cercheremo di fare un “identikit” per ogni canto.
Iniziamo questo nostro percorso con
il Canto d’ingresso.

“Quando il popolo è riunito, mentre il sacerdote fa il suo ingresso con i ministri, si inizia il canto d’ingresso. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.”

Questa definizione del canto d’ingresso, ci viene data dall’Ordinamento Generale del Messale Romano; adesso vediamo le caratteristiche di questo canto.

Il canto d’ingresso può essere definito come un canto che fa da “presentazione” all’intera celebrazione eucaristica e che introduce al mistero che verrà celebrato.

Ma prima di entrare nel vivo dei criteri di scelta del canto d’ingresso, vediamone un po’ la storia.
Anche le prime comunità cristiane davano inizio alla celebrazione eucaristica con il canto. Le comunità Siriane ed Alessandrine del V-VI secolo facevano uso di salmodie che precedevano la Liturgia della Parola; a Gerusalemme, prima dell’inizio della celebrazione era uso eseguire salmodie e canti, intercalati da preghiere; mentre a Cartagine, ai tempi di S. Agostino, vi sono testimonianze circa l’uso di iniziare la celebrazione con il semplice saluto “la pace sia con voi”, seguito dalla lettura biblica. La prima indicazione certa di una vera e propria antifona d’ingresso viene attribuita a Celestino I (432), anche se i recenti studi fanno risalire l’uso dei canti d’ingresso alla liturgia romana della seconda metà del sec. VI.

Come scegliamo il canto d’ingresso?
E’ fondamentale leggere l’Antifona d’ingresso che ci aiuterà a capire il tema della celebrazione e ci agevolerà nello scegliere il canto adatto, per non cadere nella tentazione di scegliere un canto che a noi piace di più, ma poco si accorda con la liturgia del giorno.

Diventa molto importante scegliere bene questo canto, individuare bene la forma musicale più appropriata sia al tempo liturgico, sia ai componenti dell’assemblea e al tema che farà da filo conduttore alla celebrazione.

Si dice che “chi ben inizia è a metà dell’opera”, se iniziamo le nostre celebrazioni con un canto adatto, esso diventerà la porta d’ingresso alla liturgia: è come un mettersi in cammino insieme alla comunità per incontrare Cristo Buon Pastore, che ogni domenica torna a radunare e a nutrire il suo gregge affinché nel sentiero della vita possa trovare un luogo di ristoro per riprendere il cammino verso il Padre.

(www.netcrim.org)




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6 gennaio 2009

CANTARE...PREGANDO

 

 
Come scegliamo i canti?

Nel nostro primo articolo, abbiamo affermato quanto sia importante il ruolo del Canto e della Musica all’interno della Celebrazione Eucaristica perché sono espressione di Gioia e di Amore come diceva Sant’Agostino.
In questo secondo articolo parleremo della scelta dei canti. Perché in liturgia non possiamo dire che un canto vale l’altro, ogni canto ha la sua funzione e il suo ruolo. Cantare, in liturgia non significa semplicemente cantare un certo numero di canti religiosi o sacri. Spesso si fondono questi due termini ma tra loro c’è notevole differenza. Ogni canto è sicuramente di ispirazione religiosa ma non è detto che possa essere adatto alla liturgia. Quindi il ruolo del “canto liturgico” è ben definito: è un canto in cui la qualità principale è la sua funzione liturgica.
Occuparsi di scegliere dei canti per la liturgia, significa prima di tutto conoscere la liturgia e poi occorre evitare l’improvvisazione o l’introduzione di generi musicali non rispettosi della liturgia, perché in quanto elemento liturgico, il canto deve integrarsi ed essere un tuttuno con la celebrazione. Di conseguenza il testo e la musica devono corrispondere a certi “canoni” .
Il testo del canto è bene che abbia un collegamento con le letture della celebrazione eucaristica, così che possa aiutare i fedeli a capire meglio il tema della domenica ed essere in sintonia con la liturgia del giorno.
Molto spesso ci lasciamo sedurre dalla musica. Una melodia che tocca i nostri sentimenti rischia di distogliere la nostra attenzione verso quello che si celebra.. Corriamo il rischio di usare canti belli melodicamente ma che per quanto riguarda il testo si rivelano “incoerenti”.
Sarebbe opportuno utilizzare sempre dei canti che si ispirano largamente alla Sacra Scrittura e alle fonti liturgiche o a scritti dei Santi. Sarà fondamentale quindi scegliere i canti in base all’azione liturgica che ci sta celebrando e non in base ai nostri gusti.
Allora non si può cantare un testo penitenziale con una melodia festosa; così pure non si può cantare un canto di lode con una musica in tono minore. Anche la musica deve essere in funzione del testo, dell’azione liturgica e del suo utilizzo. Il suo scopo sarà quello di aiutare l’anima a raggiungere Dio, a conoscerlo, ad amarlo, occorre far scendere la preghiera della testa al cuore.
Ma non dobbiamo dimenticare l’assemblea. E’ importante proporle canti che possa far suoi. Un canto destinato all’assemblea, non deve essere un canto banale, ma un canto capace di elevare gli animi a Dio.
Per concludere: è bene affidarsi a repertori approvati dalle Conferenze Episcopali, leggere con attenzione i testi dei canti, fare un discernimento sui canti che si vogliono inserire all’interno della liturgia, affinché il canto sia intonato e buono per pregustare uno spiraglio di Paradiso!

(www.netcrim.org)




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30 dicembre 2008

PER TUTTI VOI*




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22 dicembre 2008

PER TUTTI VOI*




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17 dicembre 2008

CANTARE...PREGANDO!

 !

La musica al servizio della Liturgia

“Il canto è comunione ed espressione dell’unanimità della fede: è questo il significato autentico del canto liturgico che la Chiesa, fin dalle origini, ha tramandato e al quale, il Concilio Vaticano II, ha cercato di ridare fiato”.

Vogliamo iniziare questa nostra Rubrica dedicata al Canto e alla Musica Liturgica, proprio con questa frase di don Pierangelo Ruaro, direttore dell’Ufficio Liturgico della Diocesi di Vicenza, per affermare quanto sia rilevante la funzione del Canto e della Musica all’interno della Celebrazione Eucaristica.

Il canto è un linguaggio che vuole manifestare i sentimenti più profondi come l’amore e il dolore, la gioia e la tristezza, la morte e la speranza; per questo il canto (ed il canto sacro in modo particolare) è adatto ad esprimere il lato spirituale dell’uomo.
L’uomo, nella sua esperienza di incontro con Dio, non si accontenta della semplice parola, ma usa il linguaggio cantato, perché dove Dio entra in contatto con l’uomo, la semplice parola appare inadeguata.
Il canto, rende solenne la liturgia, ma non come un semplice decoro esterno, ma perché aiuta a vivere meglio la celebrazione e favorisce la partecipazione, attraverso melodie che elevano lo spirito a Dio.

Ecco allora la funzione del canto: deve aiutare l’assemblea a rendere grazie al Signore per tutti i benefici che compie, deve creare unione, è nel canto che si forma la comunità perché è esso che favorisce la fusione delle varie voci.
Il Canto e la musica non sono semplici aggiunte, quasi elementi decorativi della Liturgia, un abbellimento per rendere suggestiva o per enfatizzare un’azione liturgica: sono strumento che rendono più comprensibile e vivibile ciò che si celebra, sono a servizio della Parola perché sono mediazione della realtà spirituale che ci conduce all’incontro con Gesù.

Il cantare, come il dirigere e il suonare, diventano l’espressione sensibile della fede cristiana, il fine del musicista sacro: attraverso la musica liturgica, rilevare, interpretare e tradurre in modo artistico e rituale l’evento teologico vissuto.
Il canto e la musica sono quindi i linguaggi adoperati per trasmettere in modo efficace l’annunzio della Parola di Dio, fondamento di ogni linguaggio liturgico, proclamata in ogni celebrazione, per disporre il cuore a Dio nella lode del Signore e unificare la Chiesa in una sola voce, favorendo la preghiera, per costruire il senso della famiglia e della festa.

La musica viene dallo Spirito Santo è esso che agisce e ispira. Mi piace utilizzare questa frase di san Gregorio di Nissa per concludere il nostro primo articolo:

“Suona il salmo: è voce dello Spirito.
Suona l’Evangelo: è voce dello Spirito.
Suona l’omelia: è voce dello Spirito.
Lo Spirito parla nel silenzio, e poi esplode nel canto:
quando lo Spirito parla, tace la voce;
e quanto lo Spirito tace, la voce proclama”.

(www.netcrim.org)




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9 ottobre 2008

www.rinocamilleri.it

Concilio Vaticano II, costituzione Sacrosanctum concilium, n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale».

Ora, stupisce come le "novità" apportate nella liturgia dopo quel Concilio siano contro la lettera di quello stesso Concilio. Nelle chiese il frastuono (non si può definire diversamente) prodotto da due, tre e anche quattro chitarre colpite a zampate con tanto di plettro e, per giunta, amplificate dai microfoni sfonda i timpani a ogni celebrazione.

Macchè gregoriano, poi: pinchipallini qualsiasi, improvvisatisi «compositori», hanno prodotto centinaia di «canti» talmente banali e anonimi da dover essere indicati da un numero («…adesso facciamo il canto n. 315!»). Antichi edifici sacri, costruiti in modo che l'acustica vi fosse perfetta, vengono squassati dagli amplificatori, perché ormai non c'è chiesa senza microfoni.

Come mai è accaduto questo? Il noto settimanale «Famiglia cristiana» allega a ogni numero un volume di arte sacra, accompagnato da slogan pubblicitari che inneggiano alla «bellezza prodotta in duemila anni dal cristianesimo». Una bellezza che proprio i preti, nelle loro chiese, si affannano e negare. A che diavolo (è il caso di dirlo) serve il canto profano sempre e comunque, anche quando ci sarebbero gli spazi di silenzio?

Si ha paura che, altrimenti, i «giovani» non vengano più? A parte il fatto che certi «giovani» intenti a zappare sulle loro chitarre hanno una mezza calvizie grigia, siamo sicuri che un corso di gregoriano non sia atto a interessarli, i giovani? E poi, diciamola tutta: se uno frequenta la chiesa solo perché gli si permette di esibirsi suonando e cantando, è così sbagliato indicargli cortesemente la porta?

Basta dirgli che per strimpellare il pop ci sono i circoli Arci, in chiesa c'è il canto sacro. Ma è come lavare la testa all'asino, lo so, perché in giro c'è aria di crisi di fede. La liturgia è la preghiera corale del popolo cattolico: offrire a Dio lo sciatto, il brutto e il raffazzonato rasenta il peccato. Se si vedesse una tela del Masaccio o del Pinturicchio usata come coperchio non si esclamerebbe forse «Ma è un peccato!»? Infatti, è un gran peccato entrare in una cattedrale e sentire che il «paroliere» non ha neanche fatto la fatica di cercare la rima.




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1 ottobre 2008

A ROMA

Con un ricco programma che prevede la partecipazione dei i Wiener Philharmoniker e la Suisse Romande

Presentato il VII Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra

Nelle Chiese e Basiliche di Roma tredici concerti dal 12 ottobre al 30 novembre

E’ stata presentata la prossima edizione del Festival di Musica ed Arte Sacra giunto alla settima edizione e, quindi, la manifestazione entra a pieno diritto nel vasto panorama musicale e culturale romano.

I contenuti di questo festival 2008 sono stati illustrati da Hans-Albert Courtial e dal Cardinale Angelo Comastri, Fondatore e Presidente Generale il primo e Presidente Onorario il secondo, della Fondazione Pro Musica ed Arte Sacra che organizza questa interessantissima rassegna musicale.

Il Festival di quest’anno è dedicato all’apostolo Paolo nel bimillenario della nascita ed avrà un programma molto nutrito con ben tredici concerti in programma dal 12 ottobre a tutto il 30 novembre.

Apertura in grande stile il 12 ottobre alle ore 20.30 nella spaziosa Abside della Basilica di San Giovanni in Laterano con Johann Sebastian Bach del quale verrà eseguita l’Arte della Fuga BWV 1080. A Bach è anche dedicato il concerto di chiusura previsto per il giorno 30 novembre alle ore 21 presso la Basilica di Sant’Ignazio in Campo Marzio con l’Offerta Musicale BWV 1079

I due concerti costituiscono i cardini di questa edizione del Festival e sono affidati al violoncellista Hans-Eberhard Dentler che ha curato, di entrambi i capolavori, una nuova edizione critica e la strumentazione. L’esecuzione è affidata oltre che a Dentler, nell’ordine, anche a l’Ensemble ’Arte della Fuga’ ed ai Solisti del Thema Regium, entrambi gli ensemble sono formati dalle prime parti dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Un’altro concerto di punta è previsto per lunedì 13 ottobre alle ore 18 presso la Basilica Di San Paolo fuori le mura con la Sesta Sinfonia di Anton Bruckner, concerto dedicato a Papa Benedetto XVI che vedrà la partecipazione dei Wiener Philharmoniker con la direzione di Christoph Eschenbach

Interessante novità per questa edizione è Euro-Via-Festival 2008, una sorta di piccolo Festival nel Festival che si svolgerà dal 17 al 20 novrembre con il sottotitolo “In cammino verso Roma 2008”. Una rasegna iniziata nel giugno scorso in Baviera e passata per alcune europee di grande importanza storica, come San Sebastián, Porto, Parigi, Tolosa, Monaco, Londra, Copenaghen, Danzica, St. Florian, Venezia e Palermo, e culmina quindi a Roma con una settimana dedicata all' organo, strumento principe per la musica sacra, acon quattro concerti che sono il coronamento ideale di questo progetto.

Lunedì 17 novembre alle ore 21 nella Sala Accademica del Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma si terrà un primo concerto per pianoforte e organo con Jean Guillou (musiche di Bach-Busoni, Liszt e Guillou). La sera successiva, martedì 18 novembre alle ore 21 presso la Basilica di Sant’Agostino, Simon Preston, uno dei virtuosi d’organo più importanti del mondo e Reinhold Friedrich alla tromba interpretano musiche di Padre Martini, Bach, Messiaen, del libanese Naji Hakim e di Petr Eben, compositore ceco scomparso nell’ottobre del 2007. Mercoledì 19 novembre alle ore 21 nella Chiesa di San Luigi dei Francesi sarà Naji Hakim eseguirà all’organo musiche sue e di Olivier Messiaen. La conclusione del ciclo, giovedì 20 novembre alle ore 21 nella Chiesa di San Paolo entro le Mura con una vera festa per l’organo, alla quale partecipareanno nove organisti: Jean Guillou, Martin Baker, Vito Gaiezza, Roberto Bonetto, Jürgen Wolf, Jürgen Geiger, Bernhard Buttmann, Giampaolo di Rosa e Winfried Bönig e una percussionista, Hélène Colombotti Sotto la direzione di Johannes Skudlik, saranno eseguite opere di Domenico Scarlatti, Johann Sebastian e Wilhelm Friedemann Bach, Antonio Vivaldi e Jean Guillou.

Il 22 novembre alle ore 21 alla Basilica di Sant’Ignazio di Lodola in Campo Marzio ci sarà il Requiem di Stephen Edwards con The City of Prague Philharmonic Orchestra assieme al Continuo Arts Symphonic Chorus e la direzione di Candace Wicke.

Il 25 novembre alle ore 17 presso la Basilica di San Pietro in Vaticano la Messa officiata dal Cardinal Angelo Comastri sarà arricchita da musiche di Mozart (Venite Populi Kv 260 (248a) e Magnificat da Vesprae Solemne se Confessore Kv 339) e Haydn (Harminiemesse HOB 22.14) con La Yuoth Orchestra of the Americas and England Conservatory Orchestra e i Gachinger Kantorei diretti da Helmuth Rilling. Completeranno la parte musicale i Canti Gregoriani eseguiti dal Choir of the Basilica of the National Shrine of Immacolate Conception diretto da Peter Latona.

Il 26 novembre alle ore 21 sempre Peter Latona con il medesimo complesso eseguiranno ‘Musica per una Messa in onore dell’Immacolata’ (de Victoria, Monteverdi, Marenzio, Part, Tavener, Ugolini) nello splendido scenario della Basilica di Santa Maria Maggiore. Il giorno seguente, giovedì 27 novenbre alle ore 21 all’Abiside della Basilica di San Giovanni in Laterano il Quartetto d’Archi dei Wiener Philarmonikere eseguiranno ‘Le sette ultime parole del nostro Redentore sulla Croce’ di Franz Josef Haydn coadiuvati dalla voce recitante di Monsigno Pablo Colino.

Il 28 novembre alle ore 21 presso la Basilica di Santa Maria Maggiore appuntamento con ‘Ein deutsches Requiem’ di Brahms in una esecuzione diretta da Marek Janowski, l’Orchestre de la Suisse Romande ed il Rundfunkchir di Berlino.

Sabato 29 novembre alle ore 21 si ritorna nella Basilica di San Paolo fuori le Mura con Leo Krämer, più volte ospite del Festival, che proporrà una antologia dedicata alle grandi partiture che sono state composte dai più famosi Maestri di Cappella per le più importanti cattedrali dell’Europa cristiana. “Musica delle Cattedrali europee” è il titolo del concerto nel corso del quale l’Ensemble di fiati “Dom zu Speyer”, lo Speyer Domchor, il Philarmonischer Chor an der Saar e il Chor der Saarländischen Bachgesellschaft eseguiranno opere polifoniche di Palestrina, Monteverdi, A. Gabrieli, Frescobaldi, Croce, Perosi e dello stesso Krämer.

Festival molto ricco di appuntamenti musicali di grande interesse, del quale apprezziamo particolamente l'introduzione di concerti d'organo,  che incontrerà senza dubbio l’interesse del pubblico e di tutti gli appassionati di musica.


VII Festival Internazionale di Musica ed Arte Sacra
Roma e Vaticano
12 ottobre – 30 novembre 2008

L’ingresso ai concerti è libero e gratuito, fino al raggiungimento della massima capienza posti.

Per partecipare ai concerti è necessario ritirare un coupon di ingresso. I coupon per i concerti del 12 e 13 ottobre possono essere ritirati (per un massimo di 2 a persona e fino ad esaurimento) nei giorni 10 e 11 ottobre dalle ore 16 alle ore 18 presso Palazzo Cardinal Cesi in via della Conciliazione 51 a Roma.
Per i concerti di novembre le date di ritiro dei coupon saranno comunicate quanto prima.


Informazioni:
0668899531
www.festivalmusicaeartesacra.net

Claudio Listanti

(www.voceditalia.it)




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23 settembre 2008

www.avvenire.it

  Per certi discografici i canti gregoriani non sono sacri, ma «musica che rilassa»


I
 discografici sono gente davvero curiosa. Per lanciare la versione natalizia dell’album «Chant» (450mila copie già vendute in tutta Europa) inciso dal coro dell’abbazia cistrercense di Stift Heiligenkreuz, definiscono il canto gregoriano «musica dal potere rilassante e terapeutico ampiamente sperimentato». Se solo avessero consultato su internet la laicissima enciclopedia Wikipedia, avrebbe scoperto che «è un canto proprio della liturgia romana». Musica liturgica, non una «tisana new age». E pensare che qualche anno fa la stessa casa discografica distribuì in Italia un cd con cori dei monaci tibetani Gyuto, sul quale era impressa a chiare lettere la scritta: «Questa è musica sacra, siete pregati di accostarvi e di usarla con il dovuto rispetto».
  Giusto, giustissimo. Ma non dovrebbe valere per tutta la musica sacra, compresa quella cattolica?
(G.Ran.)







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15 settembre 2008

IL PORTATO DELL'EREDITA' MONASTICA

 

SENZA IL PRODIGIO DEL CANTO IL NOSTRO MONDO SI DECOMPONE


di Pierangelo Sequeri


La musica è l’evidenza indiscutibile, e il sacramento indistruttibile, dell’energia creatrice dello spirito.

Che si rialza dopo ogni avvilimento. Che si innalza verso le l’incantamento dell’essere-al-mondo, vincendo ogni ingombro della massa, del peso, e dell’immagine persino. La musica è contagio dello spirito che incide la pietra, nel momento stesso in cui restituisce fisicità all’esperienza toccante della parola. La musica fa suonare anche il legno secco e la pelle d’asino. E rende palpabili i sottili legami fra lo spirito, i corpi, le cose, che non ci stanchiamo mai di cercare, con buona pace dei matematici del benessere sensoriale. Perché noi, per poter scommettere contro la morte, abbiamo un bisogno quotidiano e disperato di questo: che anche le cose abbiano un’anima, da qualche parte. Qualcosa di spiritualmente vivo e vitale, insomma, che ci faccia 'sentire' la complicità di un’armonia destinata: per noi, e per questo mondo di anima e sangue che abitiamo: inestricabilmente intessuto dei nostri azzardi creativi e dei nostri affetti più feriti e struggenti.


Altrimenti ci sentiamo più soli dei numeri primi. Non per caso, proprio i numeri si stimano e si esaltano tutti di questa loro parentela privilegiata con la musica. Stremati dal loro ostinato asservimento al regno delle quantità, dove sono inchiodati come schiavi al remo, sempre a calcolare e ad essere calcolati, i numeri hanno il loro momento di gloria e di rivincita quando sono assunti dallo spirito della musica. Nervatura solida e perfetta di un ordine dell’anima e dei corpi, che profetizza il grembo in cui le nostre passioni più disperate e i nostri affetti più alti, si ricompongono nella danza di un corpo-mondo perfettamente musicale. Che dev’essere da qualche parte, perché noi lo sentiamo.

Pitagora e i greci cercavano i 'numeri di Dio' in una musica incorporea, mentale, impercettibile, ultimamente destinata a sciogliersi nel grande silenzio del mondo della vita. Agostino indica la strada della fisicità sonora della Parola, la felicità responsoriale del dialogo e dell’armonia delle voci, l’intensità struggente dello jubilus che dilata l’intimità dello spirito fino ai confini dell’universo: dovunque ci siano corde musicali e corpi vibranti in attesa di riscatto. Il suo De Musica si conclude con l’intuizione di una verità ovunque ignota: la risonanza perfetta dei numeri musicali 'di Dio' è quella dello spirito in un corpo risorto.

Leggete con attenzione l’elegante e sapida lezione di Benedetto XVI in terra di Francia, dove una grandiosa tradizione dell’eredità monastica cristiana ha fatto fiorire esperienze decisive per la civiltà musicale, e non solo, profondamente ispirata dall’esperienza cristiana. «Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale». Dalla prodigiosa invenzione del canto monastico, non è venuta soltanto una singolare comprensione del modo in cui la nostra psiche plasma la propria armonia, cercando la risonanza più pura ed elegante dello Spirito creatore e della parola di Dio. L’inedita elaborazione cristiana degli infiniti 'toni di voce', con i quali ci è concesso di corrispondere alla ricchezza della Parola di Dio, parola per parola, ci ha comunicato la passione per l’infinita ricerca di 'contrappunti' musicali al nostro desiderio più intimo: che ci sia un mondo, libero e felice, per gli affetti accesi dallo Spirito nei nostri corpi vibranti. La singolarità cristiana dello spirito religioso ha stabilito un legame indissolubile fra civiltà musicale e vita secondo lo Spirito. Le ferite inferte alla musica disperdono gli umani nelle regioni oscure dell’assenza di legami, della violenza dei rapporti, della schiavitù della mente. Senza civiltà musicale, la civiltà va in depressione. Dalla musica si sente. In chiesa e fuori.


(www.avvenire.it)




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3 settembre 2008

IN VICARIATO

 


PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO

Piazza Cavalieri di Malta, 5

VICARIATO DI ROMA
Ufficio Liturgico


CORSO DI LITURGIA PER LA PASTORALE

ANNO
2008-2009
L'INIZIAZIONE CRISTIANA


16 ott.  Introduzione al Corso – Consegna dei diplomi  - Preside del PIL

23 ott.  Il Battesimo nella Bibbia - Mons. Renato De Zan

30 ott.  Catecumenato e iniziazione cristiana nei primi secoli - R.P. Ephrem Carr

6 nov.   Catecumenato e iniziazione cristiana dal sec. VI al Vaticano II
- R.P. Ephrem Carr

13 nov.  Iniziazione cristiana degli adulti: il Rito del Vaticano II (OICA)
- R.P. Juan Javier Flores

20 nov. Iniziazione cristiana dei bambini: il Rito del Vaticano II (OBP)
- R.P. Juan Javier Flores

27 nov. Il dono dello Spirito nella Bibbia - Mons. Renato De Zan

4 dic.   Simposio: “Sacrosanctum Concilium”

11 dic.  La Cresima nella storia  e nella teologia - R.P. Ephrem Carr   

18 dic.  La Cresima : il rito del Vaticano II (OC) - R.P. Juan Javier Flores

 

2009

Storia della celebrazione dell'Eucaristia romana; la concelebrazione eucaristica; frequenza della celebrazione eucaristica
R.P. Ildebrando Scicolone 

La Parola celebrata: principi teologici
Mons. Renato De Zan   

La liturgia dell'Eucaristia: l'offertorio e i riti di comunione e conclusione
R.P. Ildebrando Scicolone   

L'Eucaristia, culmine dell'iniziazione cristiana; catechesi e pastorale liturgica
R.P. Juan Javier Flores 

La preghiera eucaristica
R.P. Ephrem Carr  

La struttura attuale della Messa
R.P. Ildebrando Scicolone  

Vacanza Ateneo  

Struttura del Lezionario della Messa
Mons. Renato De Zan 

Il culto eucaristico fuori della Messa
R.P. Juan Javier Flores

Principi dell'inculturazione liturgica (analisi del progetto di inculturazione)
R.P. Keith Pecklers, sj 

Pastorale liturgica: tradizione; formazione liturgica; liturgia – catechesi – nuova evangelizzazione
R.P.Giuseppe Midili
  

Pastorale liturgica: ministero della presidenza; animazione; esercizio dei ministeri; comunicazione; segni e simboli; gesti
 R.P.Giuseppe Midili    

Liturgia e musica: teologia e storia; aspetti culturali e pastorali dopo il Concilio Vaticano II; canto e musica nelle celebrazioni sacramentali, nella Liturgia delle Ore e nell'anno liturgico  
Mons. Marco Frisina
     

Arte sacra e suppellettile 
R.P. Pierangelo Muroni
  

La teologia dell'icone
R.P. Pierangelo Muroni
   

Aspetti liturgici dell'ecumenismo: Cristo centro di unità; problemi in discussione; sviluppi recenti; disposizioni attuali; Battesimo, Eucaristia, Matrimonio; indicazioni pastorali
R.P. James Leachman
     

Celebrazione conclusiva (seguirà incontro di fraternità)
Preside del PIL
                                   

 

ORARIO LEZIONI: 18.00 – 19.30

 

                Esame annuale I ANNO

                Esame annuale II e III ANNO

                Esame de universa

 

SEDE: Pontificio Istituto Liturgico; piazza Cavalieri di Malta, 5 - Roma

 

N.B. Al Corso sono ammessi soltanto gli alunni regolarmente iscritti.

Il Corso non fa parte del Programma Accademico del Pontificio Istituto Liturgico. Gli interessati possono iscriversi ai Corsi Accademici regolari soltanto se in possesso dei requisiti specificati nell' Ordo Anni Academici del PIL.

 

ISCRIZIONI: Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma, piazza San Giovanni in Laterano, 6/a,

dal lunedì al venerdì ore 9,00 – 12,00. Tel. 06 698 86233.

 

 

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Ufficio Liturgico, Vicariato di Roma

Piazza San Giovanni in Laterano, 6/a – 00184 Roma

Tel. 06 698 86214 / 233 / 145 (telefax)

www.ufficioliturgicoroma.it segreteria@ufficioliturgicoroma.it



 

 




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3 luglio 2008

LA RIFORMA LITURGICA

Mons. Marini spiega le decisioni di Benedetto XVI in materia liturgica

In un’importante intervista rilasciata all’“Osservatore Romano” del 26 giugno, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, prendendo spunto da una nuova configurazione del pallio indossato dal Papa, spiega alcune recenti decisioni di Benedetto XVI in materia liturgica.

«Quello che sarà indossato da Benedetto XVI a partire dalla solennità dei santi Pietro e Paolo – spiega mons. Marini – riprende la forma del pallio usato fino a Giovanni Paolo II, sebbene con foggia più larga e più lunga, e con il colore rosso delle croci. La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione che dal pallio è significata».

Circa il ritorno all’uso del pastorale a forma di croce, mons. Marini afferma: «Il pastorale dorato a forma di croce greca – appartenuto al beato Pio IX e usato per la prima volta da Benedetto XVI nella celebrazione della Domenica delle Palme di quest’anno – è ormai utilizzato costantemente dal pontefice, che ha così ritenuto di sostituire quello argenteo sormontato dal crocifisso, introdotto da Paolo VI e utilizzato anche da Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e da lui stesso.

Tale scelta non significa semplicemente un ritorno all’antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia. Questo pastorale, denominato “ferula”, risponde infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che è sempre stato a forma di croce e senza crocifisso, perlomeno da quando il pastorale è entrato nell’uso dei romani pontefici».
E il pastorale realizzato da Lello Scorzelli per Papa Montini a metà degli anni Sessanta? Risponde mons. Marini: «Resta a disposizione della sagrestia pontificia, insieme a tanti oggetti appartenuti ai predecessori di Benedetto XVI».

Per quanto riguarda l’alto trono papale, utilizzato in occasioni come il Concistoro, e la croce ritornata al centro dell’altare: «Il cosiddetto trono, usato in particolari circostanze, vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo.

Quanto alla posizione della croce al centro dell’altare, essa indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l’orientamento esatto che tutta l’assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato, morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la salvezza, Lui è l’Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo sguardo, da cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia. La questione dell’orientamento liturgico nella celebrazione eucaristica, e il modo anche pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico, ecclesiologico e inerente la spiritualità personale».

Circa la celebrazione all’antico altare rivolto verso il Giudizio, nella Cappella Sistina, mons. Marini spiega: «Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista “non si chiude la porta all’assemblea”, ma “si apre la porta all’assemblea” conducendola al Signore. Si possono verificare particolari circostanze nelle quali, a motivo delle condizioni artistiche del luogo sacro e della sua singolare bellezza e armonia, divenga auspicabile celebrare all’altare antico, dove tra l’altro si conserva l’esatto orientamento della celebrazione liturgica. Non ci si dovrebbe sorprendere: basta andare nella basilica di San Pietro al mattino e vedere quanti sacerdoti celebrano secondo il rito ordinario scaturito dalla riforma liturgica, ma su altari tradizionali e dunque orientati come quello della Cappella Sistina».

Quanto alla comunione data dal Papa in bocca ai fedeli inginocchiati – nella recente visita a Santa Maria di Leuca e Brindisi – Marini afferma che diventerà «prassi abituale nelle celebrazioni papali». E prosegue: «Al riguardo non bisogna dimenticare che la distribuzione della comunione sulla mano rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle conferenze episcopali che ne abbiano fatto richiesta.

La modalità adottata da Benedetto XVI tende a sottolineare la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa. In aggiunta si potrebbe forse vedere anche una preferenza per l’uso di tale modalità di distribuzione che, senza nulla togliere all’altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale nell’Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità al senso del mistero. Aspetti che, nel nostro tempo, pastoralmente parlando, è urgente sottolineare e recuperare».

A chi accusa Benedetto XVI di voler «imporre così modelli preconciliari» il cerimoniere pontificio, Marini replica: «Per quanto riguarda termini come “preconciliari” e “postconciliari” utilizzati da alcuni, mi pare che essi appartengano a un linguaggio ormai superato e, se usati con l’intento di indicare una discontinuità nel cammino della Chiesa, ritengo che siano errati e tipici di visioni ideologiche molto riduttive.

Ci sono “cose antiche e cose nuove” che appartengono al tesoro della Chiesa di sempre e che come tali vanno considerate. Il saggio sa ritrovare nel suo tesoro le une e le altre, senza appellarsi ad altri criteri che non siano quelli evangelici ed ecclesiali. Non tutto ciò che è nuovo è vero, come d’altronde neppure lo è tutto ciò che è antico. La verità attraversa l’antico e il nuovo ed è ad essa che dobbiamo tendere senza precomprensioni.
La Chiesa vive secondo quella legge della continuità in virtù della quale conosce uno sviluppo radicato nella tradizione. Ciò che più importa è che tutto concorra perché la celebrazione liturgica sia davvero la celebrazione del mistero sacro, del Signore crocifisso e risorto che si fa presente nella sua Chiesa riattualizzando il mistero della salvezza e chiamandoci, nella logica di un’autentica e attiva partecipazione, a condividere fino alle estreme conseguenze la sua stessa vita, che è vita di dono di amore al Padre e ai fratelli, vita di santità».

Per quanto riguarda il motu proprio Summorum Pontificum, mons. Marini afferma di non sapere se Benedetto XVI celebrerà egli stesso in pubblico una Messa secondo il Rito, tradizionale e precisa:
«Quanto al motu proprio citato, considerandolo con serena attenzione e senza visioni ideologiche, insieme alla lettera indirizzata dal Papa ai vescovi di tutto il mondo per presentarlo, risalta un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di agevolare il conseguimento di “una riconciliazione nel seno della Chiesa”; e in questo senso, come è stato detto, il motu proprio è un bellissimo atto di amore verso l’unità della Chiesa. In secondo luogo – e questo è un dato da non dimenticare – il suo scopo è quello di favorire un reciproco arricchimento tra le due forme del rito romano:è  in modo tale, per esempio, che nella celebrazione secondo il messale di Paolo VI (che è la forma ordinaria del rito romano) “potrà manifestarsi in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”».
(CR1049/01 del 5 luglio 2008)




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19 giugno 2008

LA MUSICA E IL SUONO

  Parte da Torino l’idea di uno spettacolo unico: il pubblico viene provvisto di palloncini che appoggiati al petto ritrasmettono le vibrazioni del suono

E i non udenti sentiranno musica


MASSIMO
CENTINI 

L
a prima ' cosa' che ti viene in mente è Beethoven. Il suo dramma e il suo genio. La trage­dia della sordità che non ha condi­zionato la creatività di un musicista il cui dramma sembra ammantarsi di mito nell’itinerario tracciato dai biografi. Ma la sordità che aliena il privilegio di poter colmare l’essere attraverso la bellezza della musica, colpisce tante persone, destinate per tutta la vita a non conoscere il suono con tutte le sue implicazioni di ordi­ne fisiologico e simbolico. Queste persone oggi possono però trovare un’opportunità di approccio alla musica attraverso un innovativo si­stema di coinvolgimento nello spet­tacolo ' Oltre ogni senso', organizza­to da ArService e Selico Edizioni. Un evento destinato a diventare itine­rante e che certamente ' farà molto rumore'… Animatori dell’iniziativa Daniele Ste­fani e Rita Comisi: il primo diploma­to in chitarra al Conservatorio di Mi­lano e una ricca esperienza musicale negli Stati Uniti e in vari Paesi euro­pei; la seconda, cantante già da bambina, ha visto coronare il suo so­gno di ' fare musica' professional­mente dopo la sua partecipazione alla trasmissione ' Amici'.
  Ma come funziona uno spettacolo musicale per non udenti?
  Nel corso dell’esibizione musicale un interprete traduce il testo della canzone in linguaggio Lis ( sistema di comunicazione fatto di segni: in te­levisione viene utilizzato in qualche Tg). Sul palco sono presenti, oltre al­l’artista, fino a dodici ragazze sorde, che grazie all’interprete, ' cantano' con Stefani la canzone in linguaggio Lis. Tutto il pubblico viene provvisto di palloncini gonfiati ad aria che, ap­poggiati al petto, o tra le gambe, hanno la capacità di ritrasmettere le vibrazioni della musica. Un effetto che diventa particolarmente percet­tibile soprattutto a chi non sente: in­fatti, è chiaramente difficile per un normodotato capire come una per­sona audiolesa possa riuscire a se­guire la musica, e soprattutto come riesca a distinguerne il genere musi­cale. In effetti però, con il sistema del palloncino e del linguaggio Lis, uniti
alla maggiore sensibilità degli altri sensi e un po’ di fantasia, è possibile trasmettere la musica anche a coloro che non possono sentire attraverso il normale canale auricolare.
  Coreografie, installazioni video, dan­za e tutta una serie di altri mezzi atti a far ' sentire' la musica anche senza l’ausilio dell’orecchio, rendono ' Ol­tre ogni senso' uno spettacolo unico, caratterizzato da una notevole viva­cità sul piano creativo e sicuramente contrassegnato da una grande uma­nità. Reso ancora più particolare e vivido dalla precisa volontà di aiuta­re chi si è visto negare il piacere di fruire, secondo natura, l’emozione che il suono sa produrre. ' Oltre ogni senso' sarà presentato oggi alle 13.30 presso Fnac Torino.
  Al cospetto di un progetto del gene­re, destinato certamente a suscitare molto interesse, alla nostra mente sovvengono le illuminanti ipotesi della ' musica del cosmo', dell’armo­nia mundi che ci porta indietro nel tempo, a Pitagora e poi a Porfirio, con le sue speculazioni sulla musica dei pianeti e delle stelle.
 
Tra metafisica e fisiologia, ' Oltre o­gni senso' si pone come un’espe­rienza che, nell’epoca dell’iperco­municazione, apre una finestra su un mondo ancora non indagato, cer­tamente difficile, forse ostico, ma en­tro il quale è possibile scorgere le tracce per sentire la musica attraver­so una percezione comunque in gra­do di portare emozioni. Per la prima volta la musica diventa Lis e non solo: in un’atmosfera inti­ma e personale, il suono si fa energia tattile, vibrante, che di certo suscita sensazioni che nelle persone abitua­te a sentire attraverso il normale ca­nale uditivo, risultano straordinaria­mente innovative e per certi aspetti arcane.
  Chi però si deve affidare a gli occhi per ' sentire' e ha sviluppato nel tempo una sensibilità maggiore sul piano tattile, riesce a percepire nella vibrazione qualcosa di più di una modulazione energetica sinusoidale, ne coglie le sfumature, i picchi, le cromie, gli echi. Sente la musica e può viaggiare con la fantasia immer­gendosi nell’armonia mundi.
 




Qui e sotto, due momenti dello spettacolo «Oltre ogni senso»





(www.avvenire.it)




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17 giugno 2008

40 CONCERTI

 
Torna la "Musica d'estate al Laterano"

La seconda edizione della rassegna, venerdì 20, si aprirà con «Il fuoco della carità di Paolo», di Cristian Carrara e Davide Rondoni, alla vigilia dell'Anno paolino di Ilaria Mulè

Il cortile del Palazzo Lateranense sarà il magnifico scenario che ospiterà l’esecuzione dei dieci concerti, previsti dal 20 giugno al 20 luglio, nell’ambito della rassegna “Musica d’estate al Laterano”. L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, è promossa e organizzata dal Servizio diocesano per la pastorale giovanile: appendice estiva, avvalorata da ospiti stranieri, dei “40 concerti nel giorno del Signore” (sito www.40concerti.it). L’appuntamento sarà ogni venerdì e domenica alle ore 21.

Il festival, a ingresso gratuito, unisce antichità e contributi della modernità. Il repertorio va da Haydn a Piazzolla, da Respighi a Shostakovich, da Holst a Strauss, dalla musica barocca a Stravinskij. L’antica sede dei Papi, luogo d’arte e di storia, si pregia di un secondo compromesso con la novità dei tempi, che consiste nell’installazione di un palcoscenico scenografico progettato da giovani architetti romani, con uno sfondo pittorico realizzato appositamente dal noto artista contemporaneo Oliviero Rainaldi.

Alla vigilia dell’inizio dell’Anno paolino il cartellone concertistico aprirà venerdì prossimo - 20 giugno - con un omaggio musicale della Conferenza episcopale italiana al cardinale Camillo Ruini. “Il fuoco della carità di Paolo”, sarà il titolo dell'opera musicale che, dedicata al Santo di Tarso, è stata composta da Cristian Carrara e Davide Rondoni. A dirigere l'Orchestra sinfonica abruzzese ci sarà Flavio Emilio Scogna. Attraverso violoncello, pianoforte e orchestra è evocata l’itineranza missionaria dell’apostolo e il suo arrivo a Roma, secondo l’astrazione poetica visionaria e plastica di Rondoni.

Il 22 giugno sarà la volta della “Sinfonia in si bemolle maggiore n. 5 D 485” di Franz Schubert e del “Pulcinella” di Igor Stravinskij, Marco Feruglio dirigerà l’orchestra Istropolitana di Bratislava. Il celebre Luis Bacalov sarà il protagonista della serata dell’11 luglio: sue le musiche, l’esecuzione al pianoforte e la direzione dell’orchestra G. Tartini. Quella del 13 luglio sarà serata pucciniana. In occasione del 150° anniversario della nascita del compositore lucchese l’Orchestra Roma Sinfonietta, diretta da Carlo Donadio, eseguirà l’“Omaggio a Giacomo Puccini” con la partecipazione di noti cantanti lirici come Lucia Mazzaria, Renzo Zulian, Michela Sburlati e Claudio Di Segni. Il 20 luglio, il virtuosismo compositivo di Richard Strauss chiuderà la manifestazione. La London Metropolitan Sinfonia, diretta da Tommy Harrington, accompagnerà la soprano di fama internazionale Denia Mazzola Gavazzeni nell’estremo capolavoro del compositore tedesco “Vier letze Lieder” e anche di “Orchesterlieder”.

(www.romasette.it)




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11 giugno 2008

EVENTO IN VATICANO

   

Il debutto è fissato per martedì 17 giugno, alle 19.30, in anteprima mondiale presso l’aula  Paolo VI col patrocinio dei Pontifici Consigli per la cultura e le Comunicazioni sociali 

Maria di Nazareth,
la sua Vita in un
musical

Protagonista è la soprano Alma Manera, le musiche di Stelvio Cipriani. L’autrice Maria Pia Liotta: «Un lavoro a servizio della fede, nato da un sogno»
 


SALVATORE MAZZA
 

 M
ettere Maria in musical.
Per raccontare, come mai prima, «una vita che riassume quella delle donne di tutti i giorni». Una vita di donna che attraversa la storia lungo i secoli, e che «in un mondo che ha bisogno di astri luminosi» continua a rappresentare una «luce nel nostro cammino», una «stella di speranza». L’autrice Maria Pia Liotta, e il mariologo Stefano de Fiores, hanno presentato così ieri mattina nella Sala Stampa della Santa Sede il musical
Maria di Nazareth – Una storia che continua, il cui debutto è fissato per martedì 17 giugno, alle 19.30, in anteprima mondiale presso l’aula Paolo VI in Vaticano, col patrocinio dei Pontifici Consigli per le cultura e le Comunicazioni sociali. «Maria è nota – ha detto monsignor Claudio Maria Celli, presidente del dicastero vaticano per i media
 spiegando il perché del patrocinio accordato all’opera – per il suo ruolo nella vita di Cristo Signore e nella vita della Chiesa. Ma a me piace anche sottolineare come sia Lei che ha presentato, comunicato il Verbo di Dio fatto carne agli uomini. Ecco perché mi è piaciuto di quest’opera il titolo: una storia che continua. È Maria che ancora una volta gioca questo suo ruolo nel mondo e nella Chiesa di comunicare suo Figlio agli uomini». Venerata nei secoli non solo dal mondo cattolico, ma anche «dal mondo musulmano»,
è proprio «su Maria – ha detto de Fiores – che si riversano i dolori e le speranze di tutte le donne del mondo». Citando Papa Wojtyla, il mariologo ha ancora sottolineato come la Vergine «rappresenta non solamente un punto della storia spirituale di Israele, ma della storia spirituale del mondo. Se noi ci chiediamo come rispondere a un Dio che si rivela, non possiamo che ricorrere a Maria, che è esempio dell’Islam come esempio dei poveri del Signore, esempio di questo dono totale a Dio che si rivela. Si risponde a Dio attraverso la fede e Maria è bene, perché ha creduto». Il musical, in questo senso, secondo de Fiores, risponde in qualche modo alla «recente riscoperta» della sua dimensione «umana e spirituale» da parte dei mass media, che «per un certo periodo hanno guardato a Maria «forse come a una figura troppo ascetica e silente». Ne risulta «uno spettacolo che sfugge alla banalizzazione, lasciando trapelare il mistero di Maria come donna che vive al ritmo di Dio e della sua Parola». Prodotto da Airam Cultura e Comunicazione, il musical nasce da un’idea di Maria Pia Liotta – anzi «da un sogno», ha detto l’autrice commossa» – che ne ha scritto il libretto con Adele Dorothy Ciampa, e ne ha curato la regia.
  Protagonista è la soprano Alma Manera e le musiche di Stelvio Cipriani, mentre nel cast figurano quaranta attori e dodici ballerini, che si esibiscono sulle coreografie di Salvator Spagnolo.
  All’anteprima in Vaticano l’opera sarà accompagnata da sessanta elementi dell’orchestra del Teatro 'Francesco Cilea' di Reggio Calabria, che si esibiranno dal vivo sotto la direzione del maestro Cipriani. Il 17, nell’Aula Paolo VI, saranno inoltre presenti delegazioni provenienti dall’America Latina e dal Medio Oriente, per verificare possibilità di replicare lo spettacolo all’estero.
 




La protagonista del musical «Maria di Nazareth - Una storia che continua»

(www.avvenire.it)

 




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4 giugno 2008

PRIMA PARROCCHIA PER I FEDELI DEL RITO ROMANO

 Caro amico, gentile amica,

volevo informarLa del fatto che domenica 8 giugno con Messa solenne
sarà inaugurata la prima parrocchia personale per i fedeli legati al
rito romano antico a S.S. Trinità dei Pellegrini a Roma.


La cerimonia si terrà alle ore 10.00 nella Chiesa della Santissima
Trinità dei Pellegrini ai Catinari (Piazza Trinità dei Pellegrini, 1)
alla presenza del vescovo ausiliare di Roma settore centro, monsignor
Ernesto Mandara.

Si tratta della prima parrocchia in Italia dedicata al Rito Romano
Antico (detto Rito di San Pio V o Rito Tridentino, la "forma
straordinaria" del rito romano così come definita nel motu proprio
Summorum Pontificum promulgato da S.S. Benedetto XVI del 7 luglio
2007).

Il decreto di erezione della Parrocchia, datato 23 marzo 2008, giorno
di Pasqua, attesta che in conformità con l´art. 10 del Summorum
Pontificum, e accogliendo altresì la proposta del Cardinale Vicario,
il Santo Padre ha disposto che
nel settore Centro della Diocesi di
Roma - e precisamente nel 1° Municipio, presso un edificio di culto
idoneo, da identificarsi nella Chiesa SS. Trinità dei Pellegrini ai
Catinari... fosse eretta una Parrocchia personale atta ad assicurare
unadeguata assistenza religiosa per l´intera comunità dei fedeli
legati alla forma antica del rito romano residenti nella stessa
Diocesi.


Il rev. Joseph Kramer, sacerdote della Fraternità Sacerdotale San
Pietro (FSSP), è stato nominato primo parroco della Parrocchia SS.
Trinità dei Pellegrini, Primicerio della venerabile Arciconfraternita
SS. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti, e Rettore della chiesa SS.
Trinità dei Pellegrini.

Si informa inoltre che la FSSP ha inaugurato il nuovo sito internet
dedicato alla vita della Fraternità in Italia, che oltre alla
parrocchia di Roma, comprende la cappellania di Venezia. Il nuovo
sito internet è: www. fssp. it (Per maggiori informazioni: 06.68192286).

Il Centro Culturale Lepanto invita i propri amici e sostenitori in
tutta Italia a partecipare numerosi allo storico evento.

Il Presidente

Fabio Bernabei




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3 giugno 2008

IN DIOCESI

 

"40 concerti",
Domenica il gran finale

La chiusura della rassegna musicale, con una serata antologica a San Giovanni in Laterano. Dal 20 giugno, i 10 appuntamenti dell'appendice estiva di Emanuela Micucci

Cala il sipario sulla VI edizione della rassegna “40 concerti nel giorno del Signore”. Otto mesi di musica sacra in 17 chiese romane e nel Palazzo della Cancelleria. Sei orchestre e 10 direttori. Ancora, 15 cori e 35 solisti, e 5 lezioni-concerto. Numeri in crescendo per la manifestazione promossa dal Servizio diocesano per la pastorale giovanile con il sostegno del Comune di Roma.

Gran finale, domenica 1° giugno alle 20.30 nella basilica di San Giovanni in Laterano. Una serata antologica illuminata dalle note della musica classica che vedrà esibirsi, sotto la direzione di monsignor Marco Frisina, alcuni artisti ospitati nella rassegna. I cori della diocesi di Roma e Musicanova e il soprano coreano Hyo Soon Lee eseguiranno brani tratti da Mozart, Messiaen, Bach, Dobrogosz e di monsignor Frisina, accompagnati dall’orchestra sinfonica Nova Ars, dal pianoforte di Marcello Candela e dall’organo di Giandomenico Piermarini. Tra i pezzi anche una suite dall’oratorio “Apostolo delle genti” dedicata a San Paolo in occasione dell’Anno Paolino.

«Una festa e un ringraziamento al Signore e a tutti - commenta monsignor Frisina -. Mi piaceva far conoscere anche le chiese meno frequentate dai turisti e dare al pubblico l’occasione di ascoltare un repertorio di musica sacra originale, e di esplorare vari strumenti musicali con le lezioni-concerto. La musica non è solo intrattenimento, ma un fatto culturale. Un veicolo delle arti, della teologia, della spiritualità, perché sintetizza in una composizione musicale un pensiero profondo». Il percorso musicale è stato quindi anche pedagogico. I “40 concerti” avranno un’appendice estiva, con la II edizione del festival di musica classica nel cortile del Palazzo Lateranense: 10 concerti dal 20 giugno al 20 luglio con artisti internazionali.

(www.romasette.it)




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26 maggio 2008

www.ilfoglio.it

 

Don Luigi Ciotti e don Gino Rigoldi, vorrei conoscere il segreto del vostro tempismo. Sapete, io sono un uomo lento, devo imparare a velocizzarmi un po’. Ho letto che stamattina a Mantova celebrerete una messa rock. C’è proprio scritto così nel comunicato stampa: "Messa rock". Siete davvero degli avanguardisti, fratelli. Sono passati solo 54 anni dall’esplosione del genere: era il 1954 quando Bill Haley cantò "Rock around the clock". Se sarete altrettanto veloci ad accogliere gli altri stili musicali, cosa di cui non dubito, nel 2010 potrete fare una messa calypso e nel 2014 una messa twist (fu il ballo dell’estate Sessanta). Per la messa reggae si dovrà aspettare il 2030, per la messa macarena il 2050, ma l’importante è avere fissato il criterio dell’aggiornamento liturgico: è ora di finirla col canto gregoriano che piace ai matusa, viva la musica giovane che piace ai giovani di sessant’anni.

Camillo Langone




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21 maggio 2008

UDIENZA GENERALE

 

CdV, 12:03

PAPA: LA POESIA UNISCE LA TERRA AL PARADISO

"La poesia unisce la Terra al Paradiso". Benedetto XVI ha sintetizzato cosi', al termine dell'udienza generale di oggi, la sua riflessione su Romano Melode, un antico autore cristiano che "aveva saputo trasformare la teologia in poesia e ha lasciato, secondo la tradizione, mille inni sacri". L'appuntamento di questa mattina era prevista in piazza, ma a causa del maltempo i 20 mila fedeli presenti sono stati divisi tra la Basilica di San Pietro e l'Aula Paolo VI. Al primo gruppo il Pontefice ha ricordato che la visita sulla tomba di Pietro "rafforza la nostra fede" e ci aiuta a "comprendere e cogliere sempre piu' l'amore di Dio, sorgente e fonte della nostra gioia", esortando i fedeli a "testimoniare questo amore che cambia la vita soprattutto alle persone piu' deboli", per "costruire un mondo piu' giusto e solidale". E nell'Aula ha poi affrontato il tema dell'arte cristiana come mezzo per elevarsi a Dio e comunicare il Vangelo: "la fede e' amore - ha detto il Papa teologo - e percio' crea poesia e musica; la fede e' gioia, percio' crea bellezza. Le cattedrali - ha sottolineato - non sono monumenti medievali ma case di vita, dove siamo a casa, incontriamo Dio e ci incontriamo l'uno con l'altro. Anche la grande musica gregoriana, Bach o Mozart cantati in Chiesa non sono cose del passato. Se la fede e' viva - ha spiegato - la cultura cristiana non diventa passato ma diventa viva e presente".




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21 maggio 2008

CI VUOLE TALENTO......

 

SCOPERTI NEL CERVELLO I 'GENI DELLA MUSICA'

ROMA - La musica è dentro ognuno di noi dalla nascita, solo che in alcuni pochi fortunati il talento musicale è più spiccato rispetto alla maggioranza degli esseri umani. Adesso, scoperte due regioni del genoma dove si nascondono i 'geni della musica' che strutturano il cervello in modo da renderlo capace di destreggiarsi con le note, inizia la caccia alla loro identificazione, uno per uno. Diretti da Irma Jarvela dell'Università di Helsinki, i ricercatori si aspettano di trovare nei futuri studi piccole variazioni (mutazioni genetiche) in uno o più di questi geni e che queste mutazioni siano determinanti per aprire le porte del successo alle stelle del rock o, viceversa, darci limitate abilità musicali. Pubblicato sul Journal of Medical Genetics, si tratta in assoluto del più vasto studio di genetica molecolare dell'attitudine alla musica condotto su tutti i membri di un gruppo di famiglie finlandesi. "Abbiamo scoperto - ha detto Jarvela all'ANSA - un locus sul cromosoma 4 che contiene circa 50 geni che dovremo ulteriormente studiare per vedere se alcuni di loro sono associati con l'attitudine o col talento musicale". Inoltre un altro locus sul cromosoma 18 è stato associato alla musica e in passato alla dislessia, cosa che fa supporre l'interazione tra linguaggio e l'attitudine alla musica.

Questo studio, quindi, mostra che l'attitudine alla musica è ampiamente scritta nel nostro Dna ed apre di fatto la caccia ai 'geni della musica'; però niente paura, tutti hanno questi geni quindi la musica è dentro ognuno di noi, è probabile però che piccole mutazioni a loro carico siano il segreto del talento, dono per pochi eletti. L'indagine è stata condotta su un gruppo di famiglie finlandesi tutti i cui membri sono tutti stati sottoposti a tre test standard per misurare l'attitudine individuale alla musica. Principalmente in uno dei test, il 'karma music' test che valuta le capacità uditive, è emerso che l'attitudine alla musica è legata a queste regioni del Dna sui cromosomi 4 e 18. "In particolare - ha spiegato Jarvela - abbiamo visto che nel Karma test bimbi molto piccoli possono totalizzare punteggi altrettanto alti di musicisti professionisti indipendentemente dal fatto che i bimbi abbiano o meno fatto corsi di musica e siano quindi 'allenati'", cosa che indica chiaramente come alcune delle abilità musicali siano radicate in noi dalla nascita. Inoltre è emerso che persone dislessiche totalizzano punteggi bassi ai test, cosa che lascia supporre una comune base biologica per lo sviluppo del linguaggio e l'attitudine musicale.

Di certo non a caso che le regioni trovate contengono geni coinvolti nello sviluppo del cervello, e probabilmente alcuni di questi sono determinanti per sviluppare diverse 'sensibilita'' musicali. "Non conosciamo ancora l'identità dei singoli geni contenuti nelle regioni genomiche risultate associate all'abilità musicale - ha detto Jarvela - la loro identificazione sarà oggetto dei nostri prossimi studi". Comunque il fatto che gran parte di noi ami ascoltare musica e che ad alcuni piaccia anche comporla, ha sottolineato la scienziata, "da un punto di vista evolutivo significa che l'abilità musicale è molto più diffusa del previsto - ha concluso Jarvela. Infatti in uno dei nostri test le abilità musicali studiate risultano comuni alla maggior parte delle persone", segno che queste abilità sono nate molto presto rispetto al 'calendario dell'evoluzione umanà, ovvero erano già presenti nel cervello dei nostri antenati e si sono radicate nella natura umana.

(www.ansa.it)




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20 maggio 2008

INTERVISTA A PIERANGELO SEQUERI

 

Contro il luogo comune che la Musica sacra non esista più, ovvero che ogni partitura sia «religiosa».

Parla il compositore e teologo don Sequeri

  
Non c’è solo il gregoriano
 
di PIERACHILLE DOLFINI

S
olo un pregiudizio. E perlopiù infondato, a ben vedere la realtà dei fatti. Una realtà ca­pace addirittura di smentire la pes­simistica profezia di Nietzsche, «l’ar­te avanza dove le religioni si ritira­no ». Musica contemporanea e tra­dizione religiosa non sono estranee l’una all’altra. Anzi. Hanno molto in comune. «La musica del Novecento è stata abitata da un corpo a corpo spirituale, da un confronto, anche drammatico, di spiriti che si sono interrogati sulla vita e su Dio», so­stiene monsignor Pierangelo Se­queri che ha da poco pubblicato La risonanza del sublime. L’idea spiri­tuale della musica in Occidente, un­dicesimo titolo della «collana La spi­ritualità cristiana contemporanea» delle Edizioni Studium di Roma. «Nella musica del Novecento più che altrove – spiega il teologo – è sta­ta abbondantemente maturata l’im­portanza della relazione tra uomo e sacro».
 Scusi, monsignor Sequeri, ma non le sembra un paradosso il fatto che il Novecento, il secolo della «morte di Dio», sia quello più ricco dal pun­to di vista del rapporto tra musica e spiritualità?

 «Più che un paradosso lo definirei un contrappasso del bene, un dise­gno che qualcuno ha predisposto dall’alto. Mentre la secolarizzazione nel Novecento avanzava vistosa­mente, la musica apriva le porte a molti spiriti migranti, anche tor­mentati come Giobbe, che volevano misurarsi in un corpo a corpo spiri­tuale con la fede e che non trovava­no questo spazio in altre arti».

 Pensa a qualcuno in particolare?

 «Olivier Messiaen, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Un autore che ha letto la
Summa di
 Tommaso, ha letto Balthasar e Ma­ritain e diceva: 'Sono un teologo che fa il suo mestiere lavorando con la musica contemporanea'. Ebbene, Messiaen è riuscito a ribaltare l’idea di una musica contemporanea lon­tana dalla fede, con i suoi lavori ha dimostrato che la dissonanza non è

 Monsignor Pierangelo Sequeri

 ma ad ignorarne addirittura il

 nome».

 Sin dalle sue origini la filosofia si è sempre occupata della musica. Ma qual è il valore aggiunto della ri­flessione cristiana rispetto alle spe­culazioni dei filosofi?

 «Il cristianesimo ha introdotto la di­gnità del canto dell’uomo, di quel

 logos
che quando incontra la musi­ca assume una valenza responso­riale, non intesa come ripetizione vuota, ma come risposta perché l’uomo non è un riflesso di voci di­vine, ma ha una sua soggettività che in­terloquisce con una voce che viene dal­l’anima, una voce che non sempre si può rendere a paro­le, ma che trova e­spressione nella musica. Un enorme passo avanti perché ha fatto sì che in Oc­cidente, grazie alla cultura cristiana, la musica non venisse ad assumere solo un carattere ripetitivo, di tradizione, ma diventasse una ri-creazione che viaggia di pari passo con la storia, con ciò che avviene nelle diverse e­poche ».
 Tante volte, però, l’impressione è che la musica del Novecento non abbia voluto sporcarsi le mani, ri­manendo qualcosa di astratto, di intellettuale.

 «Un rischio che va accolto e gover­nato. Nella realtà compositiva del Novecento c’è un’inspiegabile pra­tica punitiva che porta alla dissa­crazione della bellezza: un percorso sterile perché quella della musica è un’esperienza non da punire, ma da abitare e da rinnovare. E poi se un linguaggio anche alto diventa eso­terico il pericolo è che si riempia di
trabocchetti, di pa­tacche, di giochini i­deologici che poi è difficile distinguere da ciò che è buo­no e grande. Ma intendiamoci, que­sto non avviene non solo nella mu­sica, ma in tutti i campi dell’espe­rienza umana».
 Come orientarsi, allora?

 «Sono convinto che, per compren­dere e penetrare a fondo la musica contemporanea, non basti un mu­sicologo in grado di spiegare i mec­canismi tecnici di una partitura, ma occorra un mediatore che sappia di musica e anche di religione per crea­re un percorso di avvicinamento ai capolavori del Novecento garan­tendo al pubblico che ciò che pro­pone
è veramente valido. Di fronte a un brano di difficile comprensio­ne come il 'Quartetto per la fine del tempo' di Messiaen occorre dare a­gli ascoltatori la chiave per entrare nel profondo della partitura. Ca­pendo si è stimolati a tornare a con­frontarsi con i grandi capolavori spi­rituali ».
 Qual è la forma più alta di musica sacra?

 « La Passione, senza dubbio, nella quale capiamo che la musica ha la capacità di abitare contempora­neamente la dimensione umana e quella divina. È qui che si realizza quella sintonia affettiva con il mi­stero celebrato che è la più alta vet­ta che la musica stessa possa rag­giungere
».
 
Ma c’è una formula per definire i­spirata una partitura o tutta la mu­sica può essere ritenuta sacra?
 «Spesso assistiamo a quello che de­finirei un feticismo della musica sa­cra, un meccanismo che per difen­dersi dallo smarrimento porta ad in­ventare un canone assoluto al di fuori del quale nessuna musica può essere definita sacra. Sappiamo, però, che la storia ha smentito que­sta posizione: il periodo più bello del gregoriano è stato non quando esi­steva solo un canone, ma quando i gregoriani in circolazione erano centinaia. E se tale feticismo è ec­cessivo, è pigra e scoraggiante an­che l’idea che tutta la musica sia sa­cra, un idea che sconfina nel terre­no della new age. Credo che come sempre esista una via di mezzo, quella cioè che la musica ritorni ad essere sacra nei luoghi laddove abi­ta il sacro. È bene che il cristianesi­mo torni a far propria questa di­mensione, non solo a non disde­gnare la musica contemporanea, ma a cercare di abitarla confron­tandosi
con essa».
 E quali sono le strade da percorre­re?

 «Faccio mie le parole di Sofija Gu­bajdulina, una delle quattro autrici delle Passioni – a lei è toccata quella di san Giovanni – commissionate dal­l’Accademia Bach di Stoccarda a quattro musicisti contemporanei per celebrare i 250 anni della morte del compositore. L’autrice sostiene che nel tempo gli autori di musica sacra, teatralizzando eccessivamente la lo­ro opera, abbiano provocato un di­stacco del pubblico da tale forma d’arte. La Gubajdulina auspica che ripartendo dai numeri della tradi­zionale messa cantata (il
Kyrie, il Glo­ria,
  ma anche il
Requiem), che con­tengono tutto il repertorio della vita, si possa tornare a costruire un rac­conto dell’esperienza umana che non sia più come accadeva in epoca romantica la lotta di uno contro tut­ti, ma diventi l’espressione corale di un popolo, così come avveniva nella tragedia greca».
 








(www.avvenire.it)




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20 maggio 2008

A NORCIA

 

NUOVA EDIZIONE DEL CORSO DI CANTO GREGORIANO PRESSO IL MONASTERO DI S. BENEDETTO

A Norcia dal 28 luglio al 3 agosto 2008 in collaborazione con l´Associazione Internazionale Studi di Canto Gregoriano

NUOVA EDIZIONE DEL CORSO DI CANTO GREGORIANO PRESSO IL MONASTERO DI S. BENEDETTO

Ritorna, dopo il successo del 2007, il Corso di Canto Gregoriano che nella passata edizione ha portato a Norcia persone di diversa formazione desiderose di muovere i primi passi nell´antichissimo canta sacro occidentale. La Comunità monastica benedettina di Norcia ha deciso di proporre anche quest?anno la possibilità di trascorrere una settimana intera dedicata alla conoscenza e all?approfondimento di queste tematiche in un ambiente particolare, immerso nella freschezza delle colline umbre, a contatto con la natura ed in un clima di spiritualità. Docenti di chiara fama e dalla pluriennale esperienza sia sotto il profilo teorico ed esecutivo, quali Massimo Annoni e Giovanni Conti, sono stati chiamati per un momento altamente formativo dal punto di vista musicale, musicologico e storico-liturgico.Alle lezioni - che culmineranno domenica 3 agosto nella celebrazione cantata dai partecipanti al corso con inizio alle 12 nella Basilica di San Benedetto ? saranno affiancati tre momenti concertistici serali: martedì 29 luglio con l?ensemble Armonioso Incanto di Perugia diretto da Franco Radicchia nella Basilica di San Benedetto a Norcia, giovedì 31 luglio con l?ensemble svizzero Alia Monodia di Lugano diretto da Giovanni Conti nell´Abbazia di Sant?Eutizio a Preci, che si produrrà anche sabato 2 agosto insieme all´organista Oscar Mattioli nella Basilica di San Benedetto a Norcia.Ai partecipanti al corso è offerto, dunque, un vero incontro con il Canto gregoriano proposto ad altissimo livello in un contesto vivo, presso una comunità monastica che utilizza il gregoriano ogni giorno nelle proprie celebrazioni.Il corso è strutturato su due livelli, il primo rivolto a chi della materia è digiuno, per fornire tutti quegli elementi necessari a comprendere l?articolata realtà di un?espressione musicale che si esplicita attraverso metodologie e prassi tutte proprie. Il secondo corso, caratterizzato da una maggiore presa di coscienza dei contenuti dei manoscritti del IX, X e XI sec e da un riscontro immediato nella prassi esecutiva. Ciò senza dimenticare che il canto gregoriano è a tutt?oggi il canto ufficiale della Chiesa di tradizione latina, il che consentirà la proposta da parte di un noto liturgista, il benedettino americano Cassian Folsom, di un percorso attraverso i principi teologici e filosofici della musica liturgica.

CORSI:

Primo livelloTEORIA E PRATICA Gli antichi manoscritti;la notazione sangallese e metense:i neumi fondamentali.Il ritmo gregoriano: testo e melodia

DOCENTE: Massimo Annoni

Secondo livelloTEORIA E PRATICA Sviluppo dei neumi fondamentali:etimologia e significato ritmico in rapporto al testo, alla melodia e all'estetica.

DOCENTE: Giovanni Conti

Primo e secondo livello. LITURGIA

Musica e Liturgia: aspetti filosofici e teologici

DOCENTE: P. Cassian Folsom, O.S.B.

(www.tuttoggi.info)




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28 aprile 2008

40 CONCERTI

 
Una lezione sull'oboe e la Missa São Sebastião

Saranno al centro degli ultimi due appuntamenti di aprile con la rassegna musicale dei "40 concerti": mercoledì 23 e lunedì 28 di Emanuela Micucci

Ultimi due appuntamenti del cartellone di aprile per la rassegna musicale “40 concerti nel giorno del Signore” promossa dal Servizio diocesano per la pastorale giovanile. Mercoledì 23 il concerto-lezione dedicato all’esplorazione dell’oboe, spiegato da monsignor Marco Frisina al Palazzo della Cancelleria Apostolica; lunedì 28 il coro di Artisti del Teatro alla Scala di Milano eseguirà la Missa São Sebastião di Villa-Lobos nella chiesa di San Lorenzo in Lucina.

Partiamo dal primo. Monsignor Frisina offrirà al pubblico la presentazione di un antichissimo strumento a fiato, l’oboe. «La gente sente, vede gli strumenti musicali ma non li ha mai toccati, non ne sa distinguere il suono», spiega don Marco. Il concerto-lezione fa capire come funziona. L’esecutore spiega come è fatto, fa sentire brani del repertorio scritto per quello strumento». Si potrà così apprezzare il suono dolcissimo e malinconico dell’oboe. Così espressivo da somigliare quasi alla voce umana. «Usato per melodie nasali, un po’ pastorali, silvane e - continua il sacerdote - nella musica barocca da Vivaldi, Bach, Benedetto Marcello». L’oboe, infatti, è uno strumento legato fin dall’origine ai suoni naturali. Suoi antenati sono la semplice canna che vibra o la siringa suonata dai greci. La serata gratuita del 23 offrirà l’occasione per un percorso trasversale nella storia della musica attraverso l’oboe. Un’esplorazione degli strumenti musicali che continuerà prossimamente con gli ottoni: protagonista il corno.

È stata invece spostata la data del consueto concerto domenicale della rassegna. Si terrà lunedì 28, nella centralissima chiesa di San Lorenzo in Lucina, la Missa São Sebastião composta dal brasiliano Villa-Lobos nel 1937. Una composizione in 5 parti dall’originale coloritura espressiva conferita da inflessioni desunte dal folklore brasiliano. Un vitalismo ritmico che spesso riecheggia nello stile dell’artista. «Kyrie», Gloria, Credo, «Sanctus» e «Agnus Dei» furono composti quando Villa-Lobos era a capo della Sovrintendenza governativa alle Arti e alla Musica a San Paolo. Una destinazione didattica che spiega l’elasticità dell’esecuzione. Paolo Sala dirigerà l’ensemble vocale femminile di Artisti del Teatro alla Scala di Milano, che durante il concerto gratuito, a partire dalle 20.30, eseguirà anche le Ave Maria di Saint-Saëns e di Fauré e il “Salve Regina” di Bossi, accompagnata dall’organo di Alessandro Foresti.

(www.romasette.it)




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16 aprile 2008

LE RAGIONI DI UN CANTO NUOVO: APPUNTI PER RIFLETTERE E PREGARE

 MISERICORDIAS DOMINI IN ATERENUM CANTABO
     
Assisi è sempre… Assisi. Il fascino di Francesco e di Chiara da circa otto secoli, rimane inalterato, specie per noi che qui siamo stati in qualche modo concepiti. Un frate francescano, che ho incontrato presso la casa di spiritualità Domus Laetitiae, mi ha detto che conosceva bene la nostra Associazione. Mi ha detto che Padre Calvitti ne è stata la fiamma iniziale.

È bello poter ricordare, dopo l’esperienza delle giornate di spiritualità nella nostra terra natia, che i francescani, insieme ad altri sacerdoti e laici, siano stati gli ideatori della famiglia de IL MIO DIO CANTA GIOVANE. Ora che siamo arrivati a 20 anni, da quei giorni pieni di entusiasmo, quasi in balia dello Spirito Santo, riconosciamo con gratitudine i doni che il Signore ci ha elargito nel corso di questo ventennio. Il tema di quest’anno, le ragioni di un canto nuovo, si proponeva di farci rivivere, in ascolto della Parola di Dio, le ragioni che fondano il nostro impegno artistico. Don Bruno Facciotti, vicario dell’ordine degli Stimmatini, famoso per aver composto alcune tra le più belle canzoni del nostro repertorio cristiano contemporaneo (Cristo nostra Pasqua, Cesarea di Filippo), ci ha guidato in questi giorni con le sue riflessioni.

Qui di seguito vi propongo alcuni appunti che ho preso in questi giorni di Spiritualità, perché possano incoraggiare, sia coloro che hanno partecipato come anche quelli che non hanno potuto, a comporre il canto nuovo degli uomini nuovi in Cristo. Don Matteo Maria Zambuto

N.B. Gli appunti sono così come li ho presi. Non ho voluto correggerli per mantenere il discorso il più possibile aderente alle parole del relatore.



Brevi riflessioni proposte da don Bruno Facciotti venerdì sera durante l’incontro di preghiera introduttivo alle giornate di spiritualità.


  • È Cristo che canta un canto nuovo. Dio suona l’arpa a dieci corde, ma se le corde non sono intonate… L’artista è Dio, noi siamo gli strumenti che quando sono accordati suonano in modo… divino.

  • Il canto nuovo non è un prodotto ben fatto, ma è innanzitutto qualcosa di esplosivo che crea novità in chi lo esprime e in chi lo sente. Ha il potere di trasformare il cuore dell’uomo. Fa nuove le persone perché viene da Dio, è la eco della risurrezione di Cristo. La parola di Dio è il canto più bello (Bonhoffer). Lutero: dopo la Parola di Dio il canto è la cosa più bella che abbiamo.

  • In Paradiso si suona e si canta (Apocalisse). E… perché non fin da ora? Così siamo uniti con i cori angelici! Alla domenica non è lecito essere tristi: ogni domenica Cristo è in mezzo a noi. Perché dobbiamo lasciarci conquistare dalla sofferenza? Noi non siamo la malattia, il dolore, la morte: siamo Figli di Dio che devono cantare. Se non cantiamo, il mondo rischia di morire disperato.

  • Apocalisse = Rivelazione. Che cosa c’è di là? Che cosa si canta? Si canta il Santo. “santifica il tuo nome…”, ovvero manifesta la tua santità dentro la nostra vita, o Signore: questa è l’altissima dignità alla quale Dio ci chiama.


Alle lodi di Sabato mattina. Breve riflessione di don Nando Bertoli di Pavia (responsabile degli oratori della diocesi pavese).


È importante agire nel bene. Essere creativi nel bene. C’è chi si accontenta semplicemente di non fare del male agli altri. Siamo chiamati a produrre il bene a partire dalla sorgente del bene che è Cristo. Ecco perché risultiamo strani davanti al mondo: noi lasciamo le nostre occupazioni per ritrovarci, per fare silenzio, per raccogliere alla sorgente della vera vita la forza di fare il bene. solo così possiamo rendere ragione della speranza che c’è in noi. Questa è la nostra risposta: l’uomo non basta a se stesso, è Cristo che dà la speranza al mondo.


Sabato: Prima meditazione di don Bruno Facciotti


A) Invito: metterci in ascolto, fare accoglienza dentro di noi. Come strumenti pronti a essere suonati. Dobbiamo mettere a tacere il rumore esterno e interno, creare una sorta di vuoto che risulta indispensabile: nel traffico interiore non riusciamo a sentire i sussurri dell’amore che ci offrono il canto nuovo, che Dio stesso risveglia dentro di noi. Dio si procura canti di lode nel cuore della notte. Si dice che Padre Massimiliano Kolbe in una delle tante notti di Auschwitz si mise a cantare e che tutti si unirono al suo canto: chi ha la speranza nel cuore riesce a cantare nella notte. Chi ha speranza vive nonostante tutto. Questo è il canto nuovo.


B) Come distinguere il canto nuovo dal canto vecchio?

Il canto nuovo è quello di Dio che attraverso le dita dello Spirito Santo fa vibrare le corde della nostra anima. Il canto vecchio è quello che nasce dalle passioni umane e si ferma all’orizzonte umano, non va oltre. Il canto vecchio piace agli uomini, li affascina, ma si ferma, non sale, non s’innalza. Si narra che il Petrarca quando era a Padova, guardandosi d’attorno e vedendo la natura così bella, gli veniva una sorta di senso di colpa perché pensava di essersi innamorato della natura senza ringraziare Dio. La natura sembrava oscurare in qualche modo il Creatore. Francesco di Assisi, invece, guardava il mondo e affermava: Altissimu onnipotente Bon Signore

Il canto nuovo è il canto di chi ama. Dio è filantropo. Dio è biofilo. Il canto nuovo è il canto di chi spera e di chi ama.

Cfr. Sapienza 13; Siracide 42,15 ss; Salmi 103, 104; Giobbe 38: Dio ha creato la bellezza della natura perché Lui è bello, perché Lui è il bello, Dio è erotico (Padri della Chiesa). I cristiani devono amare le cose che Dio ha fatto. E pensare che fino a qualche tempo fa si educava a deprezzare le cose della terra…

Salmo 149: quello che qui è chiamato canto nuovo è detto nel Nuovo Testamento Comandamento nuovo. Cantare è di chi ama. Il primo cantante della storia è stato Dio perché Dio è Agape, condivisione. L’evangelista Matteo dice che Gesù con i discepoli dopo aver cantato andò verso il Monte dell’Ulivo: Gesù canta il passaggio dall’Egitto alla Terra Promessa. Canta il passaggio dalla disperazione della morte alla speranza della Risurrezione. Nella Bibbia canta lo Sposo, simbolo di tutta l’umanità.

Osea: parabola dell’Amore che Dio ha nei confronti dell’umanità (rappresentata dalla prostituta). Quando la prostituta scappa Dio attraverso Osea le dice: devo riprenderti perché di te sono innamorato.

D) Dio ci attira e ci conduce nel deserto. Il silenzio e il vuoto per parlare al nostro cuore: “Oracolo del Signore. Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto.“ (Osea 2).

La valle di Acor, è una valle incassata, è pericoloso percorrerla e è facile incappare nei briganti, è abitata da tanti serpenti, pericolosissima! Dio trasforma la valle di Acor in porta di speranza. Dio illumina la notte: come nel canto dell’exultet pasquale, prendiamo coscienza che Dio trasforma la nostra povertà in ricchezza, i nostri peccati in misericordia che guarisce. Ecco perché chi riconosce Dio come suo partner prova la gioia più bella e sperimento il canto nuovo. Quando si va in cerca di compensazioni stupide e banali, quando ci lasciamo assecondare da lusinghe superficiali e mediocri il nostro cuore produce il canto vecchio. Ecco perché la nota più diffusa tra gli uomini di oggi e in particolare tra i giovani è la noia.

I salmi della Bibbia sono un forte richiamo al canto nuovo: Mio Dio, ti canterò un canto nuovo, suonerò per te sull'arpa a dieci corde (salmo 144,9). È il canto che guarda la meta finale della storia, quando tutto il male finirà. La gioia del presente è raffigurata con l’immagine della famiglia: i nostri figli siano come piante cresciute nella loro giovinezza; le nostre figlie come colonne d'angolo nella costruzione del tempio, come i nostri affari, la pace della città, tutto è visto nella prospettiva di Dio salvatore: i nostri granai siano pieni, trabocchino di frutti d'ogni specie; siano a migliaia i nostri greggi, a mirìadi nelle nostre campagne; siano carichi i nostri buoi. Nessuna breccia, nessuna incursione, nessun gemito nelle nostre piazze. Beato il popolo che possiede questi beni: beato il popolo il cui Dio è il Signore.

Dentro questo povero mondo, il nostro mondo, noi dobbiamo cantare la creazione nuova. Nel nostro piccolo dobbiamo esprimere segni di novità; dentro di noi c’è un canto nuovo che solo l’uomo nuovo sa e può cantare.


Omelia della Celebrazione Eucaristica di sabato (3 lettera di Giovanni; Luca 18, 1-8)


Dobbiamo riprodurre in noi l’immagine del Salvatore. Così chi vede noi vede la luce della bontà del Signore. “Siete la luce del mondo…”; “gli uomini che vedono le vostre opere possano rendere gloria al Signore…”. Beati coloro che accolgono i missionari del Vangelo. Gesù ha ricordato che i missionari non sempre sono ben accolti. Non dobbiamo pretendere che gli altri ci accolgano sempre con l’applauso. L’orgoglio umano vorrebbe sempre l’applauso. Anche Francesco inviava i suoi frati che spesso venivano derisi. In fondo questo è accaduto a Gesù e ai suoi apostoli. Non dobbiamo cercare l’approvazione. Noi siamo mandato a cantare con la vita il canto nuovo.

Nel Vangelo Gesù ci ha chiesto di accompagnare il canto con una preghiera continua: vivere alla presenza di Dio perché il cuore sia sempre in Lui. Solo così Gli permettiamo di suonare la sua melodia in noi. Dobbiamo poi cantare in e davanti a Dio. E Dio di musica se ne intende…


Sabato: seconda meditazione SALMO 96 (95)


1 Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
2 Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
3 In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.
4 Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dei.
5 Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla,
ma il Signore ha fatto i cieli.
6 Maestà e bellezza sono davanti a lui,
potenza e splendore nel suo santuario.
7 Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
8 date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri,
9 prostratevi al Signore in sacri ornamenti.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
10 Dite tra i popoli: «Il Signore regna!».
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.
11 Gioiscano i cieli, esulti la terra,
frema il mare e quanto racchiude;
12 esultino i campi e quanto contengono,
si rallegrino gli alberi della foresta
13 davanti al Signore che viene,
perché viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia
e con verità tutte le genti.
Cantate al Signore un canto nuovo


Cantate al Signore un canto nuovo. Lui ci ha benedetti: il canto è preghiera, è Lui a guidare i nostri passi, anche quando gli uomini si mettono l’uno contro l’altro; Dio ci lascia la libertà, ma il suo progetto si realizzerà perché Lui è fedele. La vittoria sarà la trasformazione totale. Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza: questo è il nostro scopo; io non annuncio me stesso, ma la salvezza di Dio. Di quante cose Dio ci ha liberato? Questo dobbiamo annunciare. Annunciate di giorno in giorno: Dio ci guida in ogni momento alla salvezza. Guardando indietro scopriamo il bene che Dio ci ha fatto: ricorda i giorni passati. In mezzo ai popoli raccontate…: la testimonianza va vissuta e proposta. Se io amo Dio devo dirlo! Devo annunciare oggi, Dio opera oggi. È questo il compito dei profeti. Dio è grande (…) terribile sopra tutti gli dei: gli dei sono belli, accattivanti, ma non dobbiamo adorarli perché il nostro destino, se siamo adoratori degli dei, non si apre al cielo. Date al Signore la gloria del suo nome: siamo chiamati alla liturgia del cielo. Il nostro destino è il cielo. Il cielo un giorno si è fatto carne. Il nostro destino ha un volto umano ed è Gesù, il Salvatore.

Agostino amava dire “canta, salmeggia con le opere”: il bene si fa con gioia; il canto è segno dell’allegrezza. La vera gioia: fare la felicità dell’altro. Questo è il canto nuovo: Gesù Cristo è morto per me. L’egoismo intristisce. L’amore diventa un canto nuovo. Così si diventa contemplativi: cum-templum, la realtà in cui vivo è il tempio di Dio e io scopro l’immagine del Padre in ogni creatura.

“Canterò in eterno la tenerezza di Dio”: questo è il motto di Santa Teresa d’Avila, questo deve essere il nostro canto.

“MISERICORDIAS, DOMINI, IN ETERNUM CANTABO”

(www.ilmiodiocantagiovane.it)




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10 aprile 2008

NEI SALMI...

  Così Davide prese arpa e cembali 
 

 Il Salterio ritma la vita quotidiana e segna la storia della cristianità.
  Scrisse Kierkegaard: «Gli antichi dicevano che pregare è respirare.
  Si vede, così, quanto sia sciocco voler parlare di un motivo. Perché io respiro?
  Perché altrimenti morrei.
  Così con la preghiera»

DI GIANFRANCO RAVASI

E
ra il 1970; avevo da poche setti­mane lasciato Roma e i miei stu­di accademici di teologia e di e­segesi e avevo appena iniziato a inse­gnare nei seminari milanesi: ebbene, la prima, impacciata conferenza che fui invitato a tenere in una parrocchia fu proprio sui Salmi. Passò poi un paio d’anni e per tutto quel periodo non scrissi che qualche striminzito artico­lo o sussidio pastorale: il primo libro in senso stretto recante il mio nome fu proprio un commento essenziale a u­na cinquantina di Salmi. Posso dire che da quelle origini ormai lontane il Salterio è stato per me una sorta di 'a­bitudine' spirituale e umana, esegeti­ca e poetica, intendendo per 'abitu­dine' quello che confessava nei suoi «Frammenti del diario intimo» lo scrit­tore svizzero ottocentesco Henri­Frédéric Amiel: «è una massima vi­vente che diventa istinto e carne».
  Da allora, infatti, ai Salmi ho dedica­to infinite ore della mia vita, confe­renze e, credo, più di quattromila pa­gine: la trilogia di tomi che le Deho­niane pubblicarono tra il 1981 e il 1984, ininterrottamente riedita (fino a pochi mesi fa, nell’ennesima ripre­sa) da sola totalizza quasi tremila pa­gine. D’altronde, bisognerebbe rico­noscere da parte di tutti i cristiani ai quali la Chiesa ha consegnato, rice­vendolo dall’Israele di Dio, il Salterio come preghiera quotidiana la vali­dità della suggesti­va osservazione del filosofo Soeren Kierkegaard: «Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Si vede, così, quanto sia sciocco voler parlare di un perché. Perché io respiro? Perché al­trimenti
morrei. Così con la preghie­ra ».
  Ecco, dunque, la ragione secondo la quale il libro dei Salmi non dovrebbe mai staccarsi dalla nostra quotidia­nità. Se poi si volesse articolare e do­cumentare maggiormente questa ne­cessità radicale, oserei dire 'fisiologi­ca', potrei proporre due profili so­stanziali. Innanzitutto i Salmi sono poesia e musica, come dice già il ter­mine greco stesso
Psalmoi che è stato adottato per titolarli. Sono veri e pro­pri canti da far risuonare 'con arte', come si suggerisce in uno di essi (47, 8), anzi da accompagnare con l’or­chestra del tempio, secondo quanto appare nella grandiosa composizione finale, scandita da un alleluia corale modulato su trombe, arpe, cetre, tim­pani, corde, flauti, cembali (e il pen­siero corre all’imponente Salmo 150 di Bruckner che esige un organico co­rale e strumentale rinforzato e trion­fale).
 
Sì, i Salmi sono un patrimonio lette­rario straordinario anche per le loro sconcertanti iridescenze poetiche che vanno da gioielli assoluti come l’indi­menticabile e struggente 42-43, dive­nuto il mirabile «Sicut cervus» di Pa­lestrina, fino a composizioni minime, devozionali e quasi scolastiche come le sole 17 parole ebraiche che sorreg­gono il 117, diventato però il «Lauda- te Dominum» d’una bellezza ultrater­rena che Mozart ha incastonato nei «Vespri Solenni del Confessore». An­che se sbagliava sull’autore (il Davide tradizionale è un patronato fittizio as­segnato a un repertorio in realtà plu­risecolare a livello cronologico), ave­va tuttavia ragione san Girolamo quando dichiarava che «Davide è il no­stro Simonide, il nostro Pindaro, il no­stro Alceo, il nostro Orazio, il nostro Catullo». E a denti stretti, secoli dopo, anche Nietzsche doveva riconoscere che «tra ciò che noi proviamo alla let­tura dei Salmi e a quella di Pindaro o Petrarca c’è la stessa differenza tra la patria e la terra straniera».
  Dicevo sopra che due potrebbero es­sere i profili salmici da cui non si può prescindere. Ebbene, accanto alla poe­sia, c’è la 'lode', la preghiera, l’invo­cazione, la fede. Non per nulla gli Ebrei hanno apposto alle 150 composizioni il titolo di «Tehillîm», 'lodi' appunto. Un biblista francese, Jean Steinmann, li definiva «specchio dell’infinito e del finito, di Dio e dell’uomo». Infatti, da un lato i Salmi sono attestazione di u­na fiducia umana orante, che si muo­ve lungo lo spettro cromatico spiri­tuale che parte dal gelido e cupo vio­letto del lamento, dell’implorazione, della supplica, dell’infelicità e appro­da al rosso incande­scente dell’inno fe­stoso, della lode, della gioia. Ed è si­gnificativo che su queste parole così umane sia stato im­presso il sigillo dell’'ispirazione' divina. Come osser­vava Bonhoeffer, «se la Bibbia contiene un libro di preghie­re, dobbiamo de­durre che la parola di Dio non è solo quella che egli vuole rivolgere a noi, ma anche quella che egli vuole sen­tirsi rivolgere da noi».
  Ecco, allora, d’altro lato il volto di Dio, questo «conosciuto in Giuda», cioè nel popolo credente, come afferma il Sal­mo 76, 2. È un volto che talora affon­da nella penombra e nel silenzio (si provi a leggere il Salmo 88) o, al con­trario, è il luminoso oggetto del desi­derio, come testimonia una sorpren­dente schermaglia di sguardi e di oc­chi che si intrecciano tra l’orante e il suo Signore (per tutti basti citare il 123).
  È un volto che si desidera incontrare con una fame e una sete di contem­plazione che non è solo mistica, ma quasi biologica e istintiva: «Assapora­te e gustate quanto è delizioso il Si­gnore » (34, 9). È un volto che si vuole alla fine baciare in un abbraccio filia­le: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha rac­colto » (27, 10); «come un bimbo svez­zato in braccio a sua madre è l’anima mia» (131, 2). Fino al punto di confes­sare: «Con te, che m’importa della ter­ra?... La mia felicità è stare abbraccia­to a te… Perché tuo io sono» (73, 25.28; 119, 94). È per queste e molte altre ra­gioni che è affascinante vivere in com­pagnia del Salterio. È per questo che anch’io posso sottoscrivere, dopo u­na vita trascorsa coi Salmi, l’esclama­zione di quel supremo maestro che è stato sant’Agostino: «Psalterium meum, gaudium meum!»

 Secondo san Girolamo il re biblico «è il nostro Pindaro, il nostro Alceo, il nostro Orazio».
  Persino Nietzsche preferiva di gran lunga i cantici dell’Antico Testamento ai versi di Catullo o di Petrarca


(www.avvenire.it)




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2 aprile 2008

CIAO.......




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26 marzo 2008

LA MUSICA DELLO SPIRITO

 Il ballo dell'obbedienza

(Madeleine Delbrel)

“Noi abbiamo suonato il flauto e voi non avete danzato”

E' il 14 luglio.
Tutti si apprestano a danzare.
Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza.
Ondate di guerra, ondate di ballo.

C'è proprio molto rumore.
La gente seria è a letto.
I religiosi dicono il mattutino di sant'Enrico, re.
Ed io, penso
all'altro re.
Al re David che danzava davanti all'Arca.

Perché se ci sono molti santi che non amano danzare,
ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,
tanto erano felici di vivere:
Santa Teresa con le sue nacchere,
San Giovanni della Croce con un Bambino Gesù tra le braccia,
e san Francesco, davanti al papa.
Se noi fossimo contenti di te, Signore,
non potremmo resistere
a questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo,
e indovineremmo facilmente
quale danza ti piace farci danzare
facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato.
Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza
della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da
condottiero,
di conoscerti con aria da professore,
di raggiungerti con regole sportive,
di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.

Un giorno in cui avevi un po' voglia d'altro
hai inventato san Francesco,
e ne hai fatto il tuo giullare.
Lascia che noi inventiamo qualcosa
per essere gente allegra che danza la propria vita con te.

Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,
non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire,
essere gioioso,
essere leggero,
e soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni
sui passi che ti piace di segnare.
Bisogna essere come un prolungamento,
vivo ed agile, di te.
E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l'orchestra
scandisce.
Non bisogna volere avanzare a tutti i costi,
ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco.
Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di
camminare.
Ma non sarebbero che passi da stupidi
se la musica non ne facesse un'armonia.

Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,
e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica:
dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza,
che la tua Santa Volontà
è di una inconcepibile fantasia,
e che non c'è monotonia e noia
se non per le anime vecchie,
tappezzeria
nel ballo di gioia che è il tuo amore.

Signore, vieni ad invitarci.
Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare,
questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in
cui avremo sonno.
Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,
quella del caldo, e quella del freddo, più tardi.
Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo
che sono tristi;
Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo
che sono logoranti.
E se qualcuno per strada ci urta, gli sorrideremo:
anche questo è danza.

Signore, insegnaci il posto che tiene, nel romanzo eterno
avviato fra te e noi,
il ballo della nostra obbedienza.

Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni:
in essa, quel che tu permetti
dà suoni strani
nella serenità di quel che tu vuoi.
Insegnaci a indossare ogni giorno
la nostra condizione umana
come un vestito da ballo, che ci farà amare di te
tutti i particolari. Come indispensabili gioielli.

Facci vivere la nostra vita,
non come un giuoco di scacchi dove tutto è calcolato,
non come una partita dove tutto è difficile,
non come un teorema che ci rompa il capo,
ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si
rinnovella,
come un ballo,
come una danza,
fra le braccia della tua grazia,
nella musica che riempie l'universo d'amore.

Signore, vieni ad invitarci.




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21 marzo 2008

PER TUTTI VOI*




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